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Abdul, 4 figli, le ferite del passato e il futuro sospeso

Palestinese, ospitato con la famiglia dalla comunità di San Romano Martire. Le cicatrici del Libano, la fuga in Libia e un’occupazione attesa in Germania

Palestinese, ospitato con la famiglia dalla comunità di San Romano martire. Le cicatrici del Libano, la fuga in Libia e un’occupazione attesa in Germania

«Vedi cosa mi hanno fatto?». Abdul alza il braccio destro e mostra due cicatrici. Sono i fori di entrata e uscita di un proiettile calibro 7.62, sparato da un cecchino della milizia Amal, in Libano, nel 1986. Non sono le sue uniche ferite. Il corpo e la mente del 56enne assomigliano a campi di battaglia che raccontano la storia di un rifugiato palestinese e della sua famiglia lungo i decenni, i chilometri e le miglia nautiche che li hanno portati a peregrinare dall’Africa, attraverso il Mediterraneo, fino in Europa. Dal dicembre 2015, Abdul, la moglie e i 4 figli hanno trovato ospitalità nella parrocchia di San Romano martire, alle spalle della stazione Tiburtina. Il parroco, monsignor Marco Fibbi, non ha perso tempo ad aprire le porte a profughi e rifugiati dopo l’appello di Papa Francesco. In un anno e mezzo sono più di 25 i migranti passati da San Romano: «Qui la gente – dice il sacerdote – ha accolto tutti con grande entusiasmo. Non è stato necessario convincere nessuno. Due giorni a settimana distribuiamo gli aiuti alle famiglie del quartiere, altri due giorni aiutiamo i senza fissa dimora della Stazione Tiburtina, la mensa il sabato, mentre il giovedì i volontari di Sant’Egidio vengono a cucinare per i rom».

La storia della famiglia palestinese è quella che forse più preoccupa la comunità di San Romano. Sono come sospesi in un limbo, bloccati in Italia dalle leggi che non permettono ad Abdul di recarsi in Germania dove gli è stato offerto un lavoro. Un amico medico, che lavorava con lui nei campi palestinesi vicino a Beirut, lo ha chiamato in Baviera perché conosce la sua esperienza di infermiere professionale. Abdul sa come lavorare sotto pressione, lo ha imparato nei suoi 35 anni di attività. Nel 1982 si è trovato, al Gaza Hospital di Beirut, a curare centinaia di feriti durante le 72 ore che passarono alla storia come “il massacro di Sabra e Shatila”. Dopo aver sofferto la fame e le minacce di morte nei campi libanesi, Abdul scappa in Libia dove incontra l’attuale moglie e madre dei suoi figli. «Sono la cosa più bella che ho. Oggi lotto per il loro futuro». Un futuro migliore che hanno deciso di cercare, insieme, in Europa. «Dopo la morte di Gheddafi la Libia non era più sicura per noi».

Nonostante la vita agiata, ma sotto la minaccia dei jihadisti, decidono di attraversare il Mediterraneo. Matteo, 16 anni, e Federico, 14 (i nomi sono di fantasia, come quello del padre), ricorderanno per sempre la traversata del 2014: «Cinque giorni in mare, senza acqua né cibo, con altre 350 persone su un barcone fatiscente». «Continuavo a ripetere – ricorda Matteo : “Sento di morire, sta per finire tutto”». Oggi i ragazzi studiano in una scuola internazionale a Roma. Le lezioni sono in inglese, lingua che parlavano già prima di arrivare in Italia. «Papa Francesco (attraverso l’Elemosineria apostolica, ndr) ci ha comprato i laptop per studiare: una spesa importante, e per questo lo ringraziamo». E proprio a Francesco si rivolge Abdul: «Mi aiuti ad andare in Germania, ho un lavoro lì ma non possono assumermi prima di 5 anni, quando, se tutto va bene, potrò avere la cittadinanza italiana. Potrei sostenere la mia famiglia e non chiedere più niente a questa gente generosissima». 

Manca meno di una settimana alla fine del Ramadan. La famiglia palestinese prega per la Pace. Federico e Matteo non hanno dubbi: «Il nostro Islam non è quello che hanno in mente i terroristi; il nostro Islam ci insegna ad aiutare tutti, ci insegna a lavorare per costruire un mondo di pace e sicuro per l’umanità».

 

19 giugno 2017