L'informazione della Diocesi di Roma

Abraham Yehoshua: la letteratura moderna, “orfana” della questione morale

Alla Gregoriana l’incontro con lo scrittore israeliano, che ha offerto una lettura del racconto biblico di Caino e Abele. «Le persone sono le loro intenzioni, le caratteristiche spirituali che le muovono all’azione»

La letteratura moderna ha messo da parte le questioni di carattere morale prediligendo interpretazioni filosofiche, filologiche e psicologiche che la rendono probabilmente meno problematica ma di certo anche meno attraente. È questo il punto di partenza della riflessione che ieri sera, mercoledì 9 novembre, il popolare scrittore israeliano Abraham Yehoshua ha sviluppato nel corso di una conferenza tenuta alla Pontificia Università Gregoriana nell’ambito del ciclo di incontri promosso dal Centro Fede e cultura Alberto Hurtado e dal Centro cardinale Bea per gli Studi giudaici.

In Italia per ricevere il prestigioso Premio Antonio Feltrinelli presso l’Accademia nazionale dei Lincei, l’autore ha scelto di trattare del rapporto tra etica e letteratura «cercando di rispondere ad una domanda precisa – ha spiegato padre Etienne Emmanuel Veto, direttore del Centro Bea – ossia: “Qual è la vera punizione del primo assassino?”». Convinto che la lettura pluralistica del capitolo 4 del testo biblico della Genesi non permetta di coglierne la profondità, Yehoshua lo ha analizzato in chiave morale cominciando con il dare lettura del racconto di Caino e Abele in lingua originale. Evidenziando poi come «solo alla fine del testo veniamo a sapere della punizione riservata al fratricida», lo scrittore e docente di letteratura comparata ha osservato che «la maggior parte dei lettori di questo passo si stupisce perché vede Caino risparmiato dalla morte e, anzi, impunito e quasi ricompensato dato che fonda una città e ha una discendenza».

Per mitigare il disagio morale che «deriva da questa lettura – ha continuato Yehoshua – molti focalizzano l’attenzione sul fatto che comunque Caino vivrà marchiato a vita per la sua onta, risultando riprovevole agli uomini». Lo scrittore israeliano, quindi, ha focalizzato l’attenzione sulle cause del gesto di Caino affermando che non è plausibile ritenere che Dio abbia rifiutato la sua offerta solo perché non si trattava di prodotti di qualità: «Dio accusa Caino di qualcosa di molto più grave – ha detto -: egli viene rifiutato per ciò che cova nel suo cuore, perché la sua offerta appare ipocrita e formale»; per questo il primo omicida della storia soffre e si tormenta a tal punto da eliminare il fratello Abele che è il termine di paragone che lo pone in difetto, «perché egli tiene molto alla reazione divina e ha a cuore il giudizio di Dio» ma non è in condizione di fare nulla per riparare «dato che la sua colpa è nelle intenzioni e non nell’azione».

Quindi il racconto biblico, secondo Yehoshua, va letto in questa chiave ossia come «un dialogo drammatico tra Dio e l’uomo nel quale Dio giudica l’indole di Caino e per questo non tiene conto dell’omicidio in sé»: la morte del fratricida non sarebbe stata la giusta punizione ma semplice vendetta; Caino paga molto di più il suo gesto «con quella che è di fatto la vera punizione ossia l’interruzione di ogni rapporto con il Signore». E anche la condanna al nomadismo non va intesa in senso materiale «ma come mancanza di stabilità interiore: l’irrequietezza si stabilisce nel suo animo e la città fondata e il figlio non sono altro che palliativi». Tutt’altro che lieto fine, quindi. L’uomo, insomma, è ben altro rispetto alle proprie azioni: «Le persone sono le loro intenzioni, sono le caratteristiche spirituali che muovono all’azione – ha affermato in conclusione Yehoshua -: conta la loro interiorità e responsabilità».

10 novembre 21011