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Accanto ai giovani, coniugando fede e vita

Il sociologo Franco Garelli ai vice parroci di Roma: «Necessario comprendere il mutamento di coscienza della nostra epoca». Tanti i segni «di apertura e di speranza». Don Magnotta: «Riaccendere la responsabilità della cura»

È una società che ha perso la speranza nei confronti dei giovani, che fa fatica a rendersi conto del cambiamento di contesti culturali e sociologici sui quali s’innesta la vita delle nuove generazioni. Sono tanti gli studiosi che si fanno, loro malgrado, portatori di un pessimismo sconfortante, che descrivono i ragazzi muti, sordi, increduli, incapaci di esprimere necessità di senso non solo nel campo religioso. «Questo pessimismo nel guardare il fenomeno giovanile grava sul Paese e ancor di più su di loro, che si sentono incompresi, destinati all’appiattimento nichilista cui sono condannati da chi ragiona su categorie assolute». È un intervento contro gli “apocalittici” quello del sociologo Franco Garelli, ordinario di Sociologia dei processi culturali e delle religioni alla facoltà di Scienze politiche di Torino.

Invitato dal Servizio diocesano di pastorale giovanile a parlare ai viceparroci di Roma, oggi 3 ottobre, nell’ambito degli incontri di formazione organizzati dal direttore don Antonio Magnotta, lo studioso ha preso le distanze dalla denuncia diffusa dei mali che gravano sull’occidente e sulla modernità portata avanti da tanti suoi colleghi. Lo ha descritto nel libro “Piccoli atei crescono”, in cui esamina il vento della secolarizzazione che non risparmia le nuove generazioni: «Non avrebbe senso negare questa condizione». Ma non ci si può fermare solo a questo. «Sarebbe necessario comprendere il profondo mutamento di coscienza della nostra epoca se non vogliamo rischiare di rimanere alla superficie dei fenomeni». Cosa c’è a monte della crisi delle vocazioni? Del venir meno della pratica religiosa?

Intervistando i giovani dai 18 ai 29 anni le posizioni al riguardo sono molto diversificate: «Testimoniano che oggi la diversità religiosa è un tratto tipico della loro socializzazione». Oltre il 40% (su un campione di 2.500 intervistati) dichiara però di aver incontrato presenze religiose importanti nella loro vita. Nonostante questo molti hanno abbandonato la Chiesa maturando un’immagine negativa nei confronti dell’istituzione «centrale, non legata alle singole esperienze o persone». Per Garelli la responsabilità è in parte ascrivibile al ruolo formativo delle scuole superiori, «è lì che i giovani scoprono un mondo diverso rispetto a quello che hanno vissuto all’oratorio o in ambienti ecclesiali». Per questo motivo è importante «fare un grosso investimento di vicinanza agli insegnanti che lavorano nella scuola pubblica: sono tra i più grandi alleati che la Chiesa possa avere su questo fronte».

Ma oltre alla scuola la responsabilità più importante, per il sociologo, è della Chiesa, «per la difficoltà di fare un discorso sull’uomo e sulla natura legato alla vita di tutti i giorni, che sia significativo quindi per la coscienza dei più giovani». Abbiamo a che fare con «complessità interiori inimmaginabili nel passato, che non riusciamo a decodificare o peggio decodifichiamo come pura indifferenza. Ma non è così». I segni di apertura e di speranza, per Garelli, sono tanti, «ma riusciremo a coglierli solo se accettiamo le leggi di cambiamento che regolano il nostro vivere».

Non c’è una soluzione univoca; certo è che la Chiesa «deve innescare un maggior protagonismo dei laici, investire nella formazione dei docenti, creare delle scuole di teologia per quel nucleo di persone che non si accontentano più di una fede “semplice”, fondare una proposta spirituale per i fidanzati e le giovani coppie dopo il matrimonio. C’è una profonda esigenza di vivere in modo plurale e familiare il rapporto con gli altri».
In poche parole è importante «offrire l’immagine di una fede che è più cammino di ricerca che dimensione di fissità, aiutando a trovare le chiavi interpretative per comprendere e comprendersi nella vita personale e comunitaria».

don antonio magnottaFede e vita – fa eco alle parole di Garelli don Antonio Magnotta – «è un binomio inscindibile che percepisco ogni volta che parlo con un ragazzo. Abbiamo una grande possibilità come Chiesa ma siamo ancora alla finestra. Non riusciamo ad intercettare queste domande, facciamo fatica a formulare proposte degne, puntiamo ancora su modelli superati». L’obiettivo è quello di rimettersi in cammino puntando alla formazione degli animatori dei gruppi di adolescenti: «Se è vero che i più grandi cercano la fede in maniera individuale – riflette il sacerdote -, i nostri adolescenti hanno sete di casa e di famiglia».

«La nostra vocazione – conclude don Magnotta – sia quella di scuotere le comunità parrocchiali per far crescere nei ragazzi il senso di appartenenza. Abbiamo bisogno di riaccendere la responsabilità della cura, evitando di spostare i ragazzi da una piazza all’altra, da un incontro all’altro. Scongiuriamo il rischio che le parrocchie non siano più in grado di “parlare in romanesco”; occhi negli occhi con il loro futuro e quello della Chiesa».

3 ottobre 2017