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Al Parco della Musica «Teresa canta Pino»

All’Auditorium un inedito omaggio in chiave folk della De Sio in memoria dell’amico Pino Daniele: «Voglio far conoscere il suo genio ai giovani»

All’Auditorium un inedito omaggio in chiave folk della De Sio in memoria dell’amico Pino Daniele: «Voglio far conoscere il suo genio ai giovani» 

Più che un omaggio, quello di Teresa De Sio per Pino Daniele è un personale «atto di devozione». Una carica di passione, di amore per la terra che li accomuna, di legami non di sangue ma di note, che sbarcherà alla Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica il prossimo 22 maggio. Ad ascoltare “Teresa canta Pino” – questo il titolo del progetto – non sembra un album di cover – 15 rappresentativi brani, ma non tutti tra le maggiori hit, di Pino Daniele -. I ritmi del popolare bluesman partenopeo, scomparso nel gennaio 2015, cedono il passo a suoni più tradizionali, pizzica o echi di world music, ma anche mandolini fiati e organetto, dando più carattere ai testi e rendendo i brani quasi degli inediti.

Scelte coraggiose, che solo un’artista come Teresa De Sio, classe ’52 e quarant’anni di carriera appena compiuti, poteva fare. Sperimentatrice indipendente, ha sempre autoprodotto i propri dischi e dal 2004 li ha anche pubblicati attraverso la propria etichetta indipendente, la C.O.R.E., fondata all’inizio degli anni 2000. Si auto-definisce una folksinger, ma d’autore, ed è anche una tuttofare della musica, visto che e oltre a comporre, arrangia e registra da sola ogni suo nuovo disco, ne cura tutte le fasi successive, dalla direzione alla grafica fino alla promozione.

In questo disco, trionfo di suoni e napoletanità, con lei hanno suonato: Sasà Flauto (chitarra acustica, elettrica, mandolino, banjo, ukulele), Francesco Santalucia (pianoforte, keyboards), Pasquale Angelini (drums), Vittorio Longobardi (basso, contrabbasso), H.E.R. (violino), Fiore Benigni (organetto), Gennaro Della Monica (violoncello), Luisiana Lorusso (violino), Rita Turrisi (viola), Sandro Deidda (sax tenore e sax contralto), Roberto Schiano (trombone), Giancarlo Ciminelli (tromba, flicorno).

E anche la De Sio è cosi: un generoso mix di autenticità, cultura e talento, come abbiamo scoperta nell’intervista che ci ha rilasciato.

Che ci fanno un gallo e una gallina nella copertina dell’album?
Ricordando Pino, ho pensato a un gallo, un animale che ha un canto importante, con il suo canto sveglia il mondo, ed io, quindi, mi sono data ironicamente da sola della gallina. Due animali che ben rappresentano l’immaginario della cultura popolare, ma anche un’immagine divertente, perché in questo album non volevo malinconia. E poi il gallo e la gallina della mia copertina hanno la cresta coronata, perché per un periodo a Napoli ci chiamavano il re e la regina.

Che ricordi hai di Pino?
Ho svariati ricordi naturalmente. Ci siamo incontrati quando io ho iniziato e lui era già abbastanza affermato, e ci siamo presi subito. Venne in studio durante le prove con il mio gruppo, gli piacemmo e scrisse per me una canzone ‘’Nanninella” che inserii nel mio primo disco da solista, “Sulla Terra sulla Luna”, del 1980. La cosa che voglio ricordare con maggior piacere sono in particolare i sei concerti al Palapartenope, a cavallo tra il 2014 e il 2015, ai quali mi invitò a cantare come ospite Ricordo la gioia e il sorriso con cui mi accoglieva sul palco. Facevamo insieme una versione di “Voglia ‘e turnà”, con entrambi alla chitarra e poi “Quanno chiove”, che ho voluto inserire nell’album, cercando di ricreare quell’atmosfera.

Partiamo dal brano inedito, ’O jammone, ovvero “il capo”, nel linguaggio segreto dei musicisti napoletani, che adesso “suona altrove”…
Avevo desiderio di dedicare a Pino una canzone, ma non volevo che fosse né malinconica né nostalgica, perché io guardo sempre al futuro. E mi è venuto spontaneo immaginare un bravissimo chitarrista che un bel giorno va a suonare in America, senza avvisare nessuno. Ma la sua America era qui, con noi.

Le tue interpretazioni valorizzano in qualche modo, i testi di Daniele, su cui ci si è soffermati sempre poco e scopriamo anche brani di denuncia ancora attuali come ’O scarrafone e Fatte ’na pizza.
Io canto in un mondo completamente diverso da Pino, abbiamo attitudini diverse. Avevo in mente di mantenere intatte le parole e le melodie di Pino e di trasportale nel mio mondo sonoro, nel mio genere musicale. Io stesso cantando queste canzoni ho scoperto delle cose nascoste nelle pieghe delle sonorità di Pino. Canzoni come Fatte ’na pizza, apparentemente leggera, scanzonata, se mi è consentito il gioco di parole. Invece ha dietro un racconto importante, contro i luoghi comuni che spesso finiscono con il sopraffare la visione reale di una città come Napoli, che vive e talvolta soffoca nei cliché come pizza, mare e mandolino, che sembrano risorse eterne dietro cui poter nascondere i veri problemi di Napoli.

Come nasce la scelta di Un angolo di cielo, cantata con Niccolò Fabi, e perché proprio lui che non viene né dal mondo musicale di Pino, né dal tuo?
Beh, viene dal mio mondo personale, è un carissimo amico! Ma anche un artista con un grande spessore e una profondità inusuali. Questo poi è l’unico pezzo in italiano che io ho scelto, e anche tra quelli meno conosciuti di Pino, una preghiera laica forte e potente. Niccolò con la sua interpretazione porta dentro la canzone un mondo più “bianco” rispetto a quello blues di Pino e anche un po’ di romanità che accomuna anche me e Pino, che viveva a Roma come me, che sono nata a Napoli, cresciuta a Cava dei Tirreni (SA) e trasferita a Roma all’età di 17 anni e mezzo. Quindi anche un po’ un omaggio a Roma, di cui Niccolò ben rappresenta la cultura musicale moderna.

Molto bella la scelta del coro dei ragazzi dell’Istituto Melissa Bassi di Scampia, protagonista in “Napule è”. Anche per i giovanissimi Pino resta uno jammone?

Questa canzone è una specie di inno, per questo non me ne sono impossessata e ho voluto condividerla, coinvolgendo questi ragazzi che sono pieni di buona volontà, di interessi e per dare un’immagine positiva di Scampia di cui si parla sempre in termini negativi, per accendere un po’ di luce su una realtà bella, pur nelle difficoltà di un quartiere che ha i suoi problemi. Ed era anche un modo per far conoscere Pino ai più giovani.

Tu hai sempre voluto essere libera dalle scelte discografiche degli altri, autoproducendoti e poi anche auto distribuendoti. Quanto ti ha penalizzato questa scelta?
Certo, mi ha penalizzata, ma la libertà creativa non ha prezzo. E oggi si fa ancora più fatica a testimoniarlo, mentre assistiamo all’azzeramento della libertà creativa a favore del guadagno e della popolarità facile a tutti i costi.

In che direzione sta andando la musica napoletana oggi?
Come sempre in mille direzioni diverse. Non esista una sola musica napoletana, ma tante strade. La stessa Napoli è una città stratificata e porosa come diceva Raffaele La Capria, ha assorbito dalle tante dominazioni e ogni volta ha riprodotto e ripartorito la propria identità mischiata con queste cose. In ogni quartiere c’è una musica diversa, rock, neomelodici, folk popolare, grandi classici che non finiranno mai di dire ciò che hanno da dire. Questa è la bellezza di Napoli.

 

12 maggio 2017