domenica 28 agosto 2016
Alberto Mieli, sopravvissuto ad Auschwitz: «Non portare mai odio e rancore»
Print Friendly

Alberto Mieli, sopravvissuto ad Auschwitz: «Non portare mai odio e rancore»

Condividi
Presentato il libro scritto per raccontare alla nipote Ester la sua storia di deportato. Monignor Gnavi: «La vendetta di fronte al male è lottare per la vita»

“Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa”. Si intitola così il libro scritto da Alberto Mieli, oggi novantenne, sopravvissuto al campo di sterminio di Auschwitz, scritto per raccontare alla nipote Ester la sua storia di deportato, presentato ieri, 27 gennaio, Giorno della Memoria, nella sede romana della Radio Vaticana. Un volume a quattro mani, edito da Marsilio, per dare voce dopo 70 anni, insieme alla scrittrice e giornalista Ester Mieli, alla vicenda di uno degli ultimi deportati romani ad Auschwitz ancora in vita. Raccontando l’Olocausto, per non dimenticare.

Invitato spesso dalle scuole a raccontare la sua esperienza, Mieli, racconta, consegna loro quatrto insegnamenti «fondamentali». Il primo: «Non portate con voi assolutamente mai e poi mai né odio, né vendetta, né rancore perché questi portano sempre odio, lutto, morte». Ancora, Mieli raccomanda il «rispetto dei vostri genitori e l’esigenza di «non dare ascolto ai compagni balordi». Da ultimo, il richiamo a «non dimenticare che la libertà è un dono che va rispettato e un bene per cui si può addirittura morire. Una condizione che nessuno ci può togliere ma soprattutto che dobbiamo rispettare negli altri».

Presentando il libro insieme al direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, a Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma, e all’incaricato della diocesi di Roma per l’Ecumenismo e il dialogo monsignor Marco Gnavi, Mieli si è soffermato soprattutto su quei «momenti in cui la bontà degli uomini superava la cattiveria». Per monsignor Gnavi, è il segno che «c’è un terreno fertile di umanità nel cuore dell’uomo», da far emergere ancora oggi «in un’Europa che sta implodendo» con ritorni di antisemitismo e razzismo disseminati in diversi Paesi europei. La storia di Alberto, ha commentato, dimostra che «la nostra vendetta di fronte al male è lottare per la vita».

«In questa situazione critica e importante – ha dichiarato padre Lombardi, intervenuto all’incontro con una kippah in testa come «gesto concreto di solidarietà e di amicizia» per il popolo ebraico – è importante che ciascuno possa affermare la sua identità». Per questo il religioso ha accettato l’invito lanciato nei giorni scorsi dalla presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello di portare la kippah nel giorno della Memoria,  per riaffermare, ha chiarito Lombardi, «il diritto a esprimere la propria identità, contro ogni forma di violenza». Un gesto che è stato fortemente apprezzato dalla presidente della comunità ebraica di Roma. «Purtroppo – le parole di Dureghello – quel “mai più” che abbiamo sempre espresso non si è realizzato. E oggi ci stiamo ancora confrontando con un mondo in cui segni e simboli di appartenenza religiosa sono divelti, offesi e caplestati». Quindi ha ricordato l’esempio del re cristiano di Danimarca che per salvare gli ebrei danesi dalla deportazione si mise anche lui la stella di Davide. «La diversità – ha detto – è una ricchezza, un valore aggiunto».

28 gennaio 2016

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Abbiamo aggiornato l'Informativa secondo la "EU Cookie Law". Puoi continuare ad utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccare su "Accetta" permettendo il loro utilizzo.

Chiudi