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Ambrogio Sparagna e Anna Rita Colaianni raccontano la “ChiaraStella” all’Auditorium

Il 5 e 6 gennaio, in scena i canti di Natale nelle tradizioni popolari con l’Orchestra Popolare Italiana e il Coro Popolare, con la partecipazione di Peppe Servillo e dei bambini delle zone terremotate

C’è una “ChiaraStella” che illumina l’Epifania all’Auditorium Parco della Musica, ed è quella che Ambrogio Sparagna e la sua Orchestra Popolare Italiana porteranno in scena il 5 e 6 gennaio insieme a un grande Coro popolare, composto da un centinaio di cantori diretti da Anna Rita Colaianni, con la partecipazione di Peppe Servillo e di uno speciale Coro di Voci bianche (nello spettacolo del 5) e di un coro di bambini dell’Istituto comprensivo Luigi Mannetti di Antrodoco, provenienti da alcuni Comuni dell’area reatina terremotata come Antrodoco, Posta, Borbona, Borgovelino, Castel Sant’Angelo (il 6 gennaio). Un progetto giunto alla sua undicesima edizione, che si rinnova e arricchisce ogni anno, nato per diffondere i canti natalizi della tradizione italiana, composti a coronamento della narrazione della natività del Signore.

Ce ne parla l’ideatore, il maestro Ambrogio Sparagna, etnomusicologo e vero e proprio ambasciatore della musica popolare italiana nel mondo, fondatore nel 2007 dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, un grande gruppo strumentale residente all’interno dell’Auditorium. Ad affiancarlo in questo progetto, nell’intervista e nella vita, la moglie Anna Rita Colaianni, che dirige il Coro Popolare e cura tutti gli arrangiamenti. Sposati dal 1989, una vita condivisa all’insegna della musica popolare che li ha fatti incontrare («Ero andata alla sua scuola a San Lorenzo perché avevo fatto il Conservatorio e volevo imparare a suonare il tamburello», confida Anna Rita) e che oggi è un valore aggiunto che si esprime in una grande intesa musicale.

In un’epoca di globalizzazione e contaminazioni varie, come si riesce a difendere la bellezza della tradizione?
(Sparagna) Lo ha detto lei, perché la tradizione è bella, è una cosa vera! È davvero bello questo immenso repertorio che affrontiamo con una continua energia, che viene sostenuta dalla grande attenzione da parte della gente, che ci segue ed è sempre curiosa, pretende la ricerca, per questo ogni anno portiamo qualcosa di nuovo. Quest’anno, ad esempio, abbiamo valorizzato i personaggi del presepe all’interno delle canzoni, prendendo spunto anche da una ricerca che ho scritto per Avvenire. Infondo, cosa sono questi canti, se non una forma di narrazione di una rappresentazione iconografica?

Otre 41 anni fa ha dato vita alla prima scuola di musica popolare contadina in Italia presso. Come sono cambiati l’approccio e la fruizione di questo genere?
All’inizio erano gli anni del folk revival, nato nella metà degli anni Sessanta in Inghilterra, esploso poi con Bob Dylan, ma molto caratterizzato dal punto di vista ideologico. Negli anni Ottanta questo genere è andato in crisi, sono cambiati gli ideali, ma per contrapposizione il mondo rurale se ne è ri-impossessato prendendo coscienza delle proprie origini. Con il tempo, tanti giovani sono tornati a essere protagonisti di queste tradizioni. E mentre nel nord Europa questo genere è legato oggi a un pubblico over settanta, qui riscuote grande consenso dai giovani, sia tra il pubblico che tra i musicisti.  In questo periodo si sono visti tanti giovani andare in giro a suonare le zampogne. Per una mia curiosità, ho fatto un’indagine tra i costruttori di strumenti e abbiamo calcolato più di 1.500 coppie, che vuol dire tremila persone in giro per l’Italia a suonare. Abbiamo punte di eccellenza nell’Italia meridionale, ma anche al nord ci sono tanti giovani musicisti che usano ad esempio le cornamuse tipiche dell’area alpina. Ogni regione ha la sua tradizione, sono tutti fenomeni molto profondi che, messi insieme, rappresentano un grande patrimonio nazionale dall’alto valore culturale e sociale. Purtroppo, si è parlato tanto delle polemiche sul presepe, e non si valorizzano questi giovani che portano avanti la tradizione e, con l’occasione, guadagnano pure qualche soldo.

Come si fa a rendere sempre nuovo lo spettacolo della ChiaraStella?
Il repertorio è talmente vasto che non basterebbe una vita per studiarlo e proporlo tutto! E poi ogni anno cambiano gli ospiti. Abbiamo sempre avuto un occhio per la tradizione cristiana occidentale e uno per quella dall’altra parte del mare. Ricordo dei brani in aramaico, oppure, con un grande spirito di comunione, dei musicisti dalla Siria prima della tragedia. Certo, come faccio a non eseguire “Quanno nascette Ninno”! Tra le fonti ci sono certamente i Vangeli apocrifi, che raccontano bene l’infanzia di Gesù, parlano a lungo di San Giuseppe, ci dicono il nome dei Re Magi. E poi tutta la letteratura del Settecento e dell’Ottocento, pensiamo a sant’Alfonso Maria de’ Liguori, al grande lavoro fatto dai Gesuiti per evangelizzare con tante storie semplici e comprensibili alle persone meno istruite. Il mio lavoro consiste anche nell’interpretare queste storie, che non sono folklore, ma cose scritte da o per gente semplice, che servivano a far comprendere la complessità del mistero dell’Incarnazione di Cristo. Noi non facciamo “Oh happy day”: quello è arrivato dopo!

All’entusiasmo di Sparagna fa eco quello della moglie Anna Rita Colaianni, che parla del lavoro con il coro.

Quanto è difficile mettere insieme cento cantori?
Non è così difficile, c’è una grande voglia di cantare, soprattutto da persone della fascia adulta. Il coro è un’esperienza di condivisione. A Roma c’è tanta offerta di gruppi corali, però fare musica sacra è un po’ speciale nella nostra città. La musica popolare non propriamente corale è più da solisti, quindi c’è un grande lavoro dietro per la scelta dei brani più adatti. Il coro non è fatto da professionisti ma ci sono grande entusiasmo e spirito di condivisione. Sono tutti molto coinvolti nel cercare di capire il contesto culturale, da dove arrivano i testi, i significati. È un discorso ampio che va al di là dello spettacolo.

 Da dove arrivano i cantori? Quando vi vedete per le prove?
Ci vediamo in prossimità dei laboratori, facciamo delle prove, per così dire, a tempo determinato. Iniziamo a novembre, ci vediamo in Auditorium la domenica mattina. Ci sono per lo più romani, ma per la ChiaraStella ci sono anche persone da fuori, c’è una signora veneta, una milanese, che prendono le ferie apposta per venire a stare con noi. Il Coro è permanente ma i nostri sono laboratori aperti a nuovi ingressi. Il coro è nato per essere in movimento. Facciamo una selezione solo per questione di numeri, perché tutti non ci entriamo sul palco o nelle sale prove. Chiunque sia interessato al nostro repertorio, italiano, poco conosciuto, è benvenuto. Da quest’anno poi abbiamo una bella presenza di bambini, che in realtà c’erano nella prima edizione. Il primo nucleo di ChiaraStella è stato con bambini e genitori 11 anni fa. Poi si è formato il coro degli adulti, ma i bambini a Natale ci sono sempre stati. Quest’anno ci sono bambini romani di 6 o 7 anni, che saranno con noi il 5 gennaio; mentre il giorno dopo verranno i bambini delle scuole della provincia di Rieti dove abbiamo fatto un laboratorio nelle zone terremotate. Una presenza molto significativa. Qualche mese fa abbiamo iniziato un laboratorio con loro, insieme alle maestre e ci hanno dimostrato un’energia incredibile. Da subito c’è un stato un feeling particolare, perché molti sono figli o nipoti di suonatori di strumenti tradizionali, di cui quella zona è ricca. I bambini amano sentirsi raccontare le storie, quindi prestano una grande attenzione al racconto della natività, dei personaggi. Con loro riusciamo a fare un grande lavoro sull’umanizzazione dei personaggi, per imparare a conoscere meglio Gesù.

3 gennaio 2018