All’Ara Pacis “Spartaco. Schiavi e padroni a Roma”

250 reperti, in gran parte provenienti dai musei capitolini, e una rassegna fotografica descrivono antiche e nuove forme di schiavismo 

Traendo ispirazione dal leggendario gladiatore trace Spartaco, la mostra in corso all’Ara Pacis si prefigge l’obiettivo di ricostruire il sistema schiavistico romano, funzionale all’organizzazione amministrativa e logistica dell’impero. Spartaco, grazie anche alla filmografia, è nell’immaginario collettivo il ribelle per antonomasia. Spartaco, uomo intelligente e coltissimo, obbligato a combattere all’interno dell’anfiteatro di Capua contro belve feroci e altri gladiatori, si ribellò e, per ben tre anni, tra il 73 e il 71 a.C., contrastò Roma con un esercito di schiavi, poveri e disperati, che si batterono con onore contro le legioni di Crasso, Pompeo e Lucullo. Ribelle, la cui caduta è paragonata, da autorevoli fonti storiche, a quella di un generale romano, il cui corpo (cosa che peraltro ne alimentò la leggenda) mai fu trovato. Come monito contro eventuali ribellioni, 6000 dei suoi compagni furono crocefissi sulla via Appia, lungo la strada tra Roma e Capua. Pena riservata a schiavi e traditori.

Del resto, se è nota la liberalità dei romani, rispetto alle altre popolazioni, è anche vero che durissima era la repressione degli schiavi dai comportamenti devianti o manchevoli. La storia documenta proprio queste contraddizioni. Da una parte, storiografi come Tito Livio ricordavano come Romolo avesse fondato Roma ricorrendo a rifugiati, poveri e schiavi, e come Scipione Emiliano nel foro avesse rivendicato apertamente alla plebe la sua provenienza servile, anzi la sua discendenza da ex-schiavi, da lui stesso portati nell’Urbe come prigionieri di guerra. Dall’altra, si constata come nessuno mai, persino filosofi come Seneca (che aveva scritto “Questo è il succo dei miei insegnamenti: comportati con il tuo inferiore come vorresti che il tuo superiore agisse con te”), mise in discussione l’istituzione servile in quanto tale. Forse, non è un caso che non esistano fonti scritte dagli stessi schiavi.

Possedere schiavi era, inoltre, un segno di rispettabilità. Persino Giovanni Crisostomo, ad es., dava per scontato che un prete possedesse almeno uno schiavo. Lo schiavismo non era legato solo alle conquiste militari, ma anche alle nascite da madri schiave, a bambini esposti o rapiti, a disperati che si vendevano come schiavi, etc. Grazie a filosofi come Seneca, a una mentalità, in generale, più aperta etnicamente all’altro, all’avvento del cristianesimo, furono tuttavia favorite pratiche per la liberazione degli schiavi. Libertà concessa anche in seguito ad una progressiva acculturazione ellenistica di Roma (gli schiavi provenienti dalla Grecia e dal vicino Oriente spesso sapevano far di conto, o erano istruiti nelle Lettere, nella Filosofia, nella Medicina) o per nascenti legami affettivi tra padroni e schiavi.

Ambizioso l’allestimento della mostra: tra 250 reperti archeologici s’inseriscono installazioni audio e video che vorrebbero indurre il visitatore a riflettere sulle nuove e tragiche forme di schiavismo dell’epoca post-industriale e contemporanea. Si consigliano gli approfondimenti nei saggi in catalogo sulla tragica necessità di applicare il terrore nello schiavismo propugnata da Tacito e la banalità del male di Hannah Arendt, e le teorie di Hegel sulla distinzione tra servi e padroni ricorrente nella storia dell’uomo.

“Spartaco. Schiavi e padroni a Roma” c/o Museo dell’Ara Pacis. Lungotevere in Augusta. Fino al 17 settembre 2017. Curatori: C. Parisi Presicce, O. Rossini e L. Spagnuolo.  Catalogo De Luca Editore. Biglietti: Tutti i giorni dalle ore 9.30 – 19.30: “Solo mostra”: intero € 11, ridotto € 9; Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per non residenti a Roma: intero € 17, ridotto € 13; Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per residenti: intero € 16, ridotto € 12. Informazioni: tel. 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00).

 

9 giugno 2017

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