Anche Roma tra le “Cities for life”, contro la pena capitale

Ancora una volta, il 30 novembre, il Colosseo si è illuminato per ribadire il no alla pena di morte. La testimonianza di Susan, 16 anni nel braccio della morte in Uganda

«Cosa penso della pena di morte? Che è totalmente inutile, e che bisogna combattere, perché tanta gente nell’ignoranza non riesce a distinguere il bene dal male, o peggio se ne frega». Parole di Alessandro Antiochia, membro di Libera, fratello di una vittima di mafia, intervenuto ieri sera, mercoledì 30 novembre, a “Cities for life”, la manifestazione promossa ogni anno, a partire dal 2000, dalla Comunità di Sant’Egidio per continuare a dire no alla pena di morte, dopo i numerosi appelli lanciati da Giovanni Paolo II per una moratoria internazionale, in occasione del Grande Giubileo. La data scelta: il 30 novembre, in memoria di quello stesso giorno di 230 anni fa in cui per la prima volta uno Stato europeo, il Granducato di Toscana, abolì l’istituto della pena capitale.

All’edizione 2016 hanno aderito oltre 2mila città sparse in 97 Paesi, in tutti i continenti, illuminando i loro monumenti simbolo. In Florida, negli Stati Uniti, l’intera Conferenza episcopale ha aderito all’iniziativa, illuminando le cattedrali di ciascuna delle otto diocesi. A Roma si è acceso il Colosseo. Sullo sfondo, uno schermo con le parole di Papa Francesco in una recente intervista a Tv2000: «Non c’è una vera pena senza speranza». Nel ‘400, ricordava il pontefice, «si uccidevano i criminali con la speranza che andassero in paradiso, dove li mandava il cappellano. Ma era un’altra antropologia e un’altra cultura». Oggi, ha ribadito il portavoce della Comunità di Sant’Egidio Mario Marazziti, che è anche presidente della Commissione Affari sociali della Camera, «le città contro la pena di morte, anche in Paesi che contemplano la sentenza capitale, possono diventare loro stesse testimoni e lottare per cambiare la mentalità da partier dalla società civile fino ad arrivare ai governi».

Sul palco Marazziti, con il cantautore e conduttore radiofonico Luca Barbarossa, rilancia l’appello di Papa Francesco a «umanizzare il carcere, per creare più sicurezza e anticipare il reinserimento». Per il presidente di Sant’Egidio Marco Impagliazzo «è nelle città che si possono cambiare le cose, a partire dalla realtà dei luoghi, della gente, dei cittadini anche e soprattutto nel tempo della globalizzazione, stando accanto ai poveri e alle persone che soffrono. C’è tanta ingiustizia per chi è povero e marginale – le parole di Impagliazzo -. Come fa allora la pena di morte ad essere giusta? Questa battaglia viaggia perciò assieme a quella per far crescere la giustizia nel mondo».

A rappresentare l’amministrazione di Roma Capitale, il presidente dell’assemblea capitolina Marcello De Vito e l’assessore al Bilancio Andrea Mazzillo. Quindi, spazio alle testimonianze. Dopo quella di Alessandro Antiochia, che ha raccontato del fratello «morto sotto i colpi della mafia», quella di Susan Kigula, ex detenuta nel braccio della morte in Uganda che, dopo essersi laureata in Giurisprudenza mentre scontava la pena, è riuscita a lanciare una petizione che le ha permesso di essere riconosciuta innocente, grazie alla sospensione della condanna da parte della Corte Suprema dell’Uganda. Oggi Susan, dopo aver passato 16 anni della propria vita in cella, si fa portavoce della lotta per l’abolizione della pena capitale nel suo Paese. «Quando sono andata in cella la mia bambina aveva un anno. Lì ho visto tante donne afflitte e senza speranza – ha raccontato -. Nessuna di loro meritava di morire: quale cambiamento può fare una persona se è destinata a morire?». (Francesco Gnagni)

1° dicembre 2016

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