Approvato il Codice antimafia: corrotti equiparati ai mafiosi

Con 259 voti a favore, 107 contrari e 28 astenuti, la Camera dei deputati ha approvato ieri, 27 settembre, in via definitiva il Codice antimafia, che aveva ricevuto il primo via libera nel novembre 2015, per essere poi licenziato in seconda lettura al Senato il 6 luglio scorso. Il provvedimento punta a velocizzare le misure di prevenzione patrimoniale, rende più trasparente la scelta degli amministratori giudiziari con rotazione negli incarichi, ridisegna l’Agenzia per i beni sequestrati e include corrotti, stalker e terroristi tra i possibili destinatari dei provvedimenti. E proprio l’equiparazione tra mafiosi e corrotti è il punto più discusso della riforma.

Da più forze politiche sono state richieste modifiche mentre è stato approvato un ordine del giorno che invita il governo a «monitorare» gli effetti della legge e «le eventuali modifiche», compresa, appunto, quella relativa all’equiparazione mafioso-corrotto. Soddisfazione, invece, nelle parole della presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi: «È un regalo al Paese», ha dichiarato. Il ministro della Giustizia Andrea Orlando affida invece a Facebook la sua riflessione, parlando di una svolta che fornisce «più strumenti per combattere la mafia, più trasparenza nella gestione dei beni confiscati, più garanzie per chi è sottoposto a misure di prevenzione. Una buona notizia per la lotta alla criminalità organizzata e per lo Stato di diritto».

Nel concreto la nuova legge prevede, oltre all’allargamento della cerchia dei possibili destinatari di misure di prevenzione, anche un’applicazione «più veloce e tempestiva» delle misure di prevenzione, prevedendo una «trattazione prioritaria». Si estendono i casi di confisca allargata e, quando non viene applicata la confisca, si può avere l’amministrazione giudiziaria e il controllo giudiziario. Confisca allargata obbligatoria invece per alcuni ecoreati e per l’autoriciclaggio, che si applica anche in caso di amnistia, prescrizione o morte di chi l’ha subita. Introdotto anche l’istituto del controllo giudiziario delle aziende in caso di pericolo concreto di infiltrazioni mafiose, per un periodo che va da 1 a 3 anni, che può anche essere chiesto volontariamente dalle imprese.

Ancora, il Codice prevede «maggiore trasparenza nella scelta degli amministratori giudiziari, con garanzia di competenze idonee» e di «rotazione negli incarichi». Viene modificato il procedimento di nomina e revoca dell’amministratore giudiziario di beni confiscati – incarico che non potrà essere dato a parenti né a «conviventi e commensali abituali» del magistrato che lo conferisce – e il governo è delegato a disciplinare un regime di incompatibilità da estendere ai curatori fallimentari: stop a chi ha parentela, affinità, convivenza o assidua frequentazione con uno qualunque dei magistrati dell’ufficio giudiziario che conferisce l’incarico. Per favorire la ripresa delle aziende sequestrate poi nasce un fondo da 10 milioni di euro l’anno, insieme a misure per aiutare la prosecuzione delle attività e la salvaguardia dei posti di lavoro. Gli imprenditori del settore matureranno, dopo un anno di collaborazione, un diritto di prelazione in caso di vendita o affitto dell’azienda e la possibilità di un supporto tecnico gratuito. Novità anche riguardo alla segnalazione di banche colluse con la malavita. Al contempo, viene riorganizza l’Agenzia nazionale per i beni confiscati, che rimane sotto la vigilanza del ministero dell’Interno, dotata di un organico di 200 persone. La sede centrale sarà a Roma e avrà un direttore che si occuperà dell’amministrazione dei beni dopo la confisca di secondo grado. Ridefiniti anche i compiti, potenziata l’attività di acquisizione dati e il ruolo in fase di sequestro, con l’obiettivo di consentire un’assegnazione provvisoria di beni e aziende, che l’Agenzia può anche destinare direttamente a enti territoriali e associazioni.

28 settembre 2017

Andrea Orlandocodice antimafiarosy bindi