Cardinale Bo, Myanmar: «La visita del Papa è una benedizione»

«La visita del Papa in Myanmar (27-30 novembre) è stata accolta come una benedizione e un contributo per la pace e l’armonia. Sia i componenti civili del governo come Aung San Suu Kyi, sia i membri militari, sembrano entusiasti della visita. Sicuramente la maggior parte delle persone auspica una “visita di guarigione”. Molti cittadini birmani hanno seguito la visita del Papa in Colombia, un paese che cerca la pace al suo interno»: lo dice in una nota inviata all’agenzia Fides il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, parlando della prossima visita di Papa Francesco in Myanmar e, in particolare, della delicata questione della minoranza Rohingya.

«I giornali, sia quelli internazionali che locali – rileva il Cardinale – vedono molte sfide per il Papa, a partire da rischi di tensioni religiose», dato che le osservazioni del Papa sui Rohingya potrebbero far infuriare i nazionalisti che sostengono che i Rohingya non sono birmani ma piuttosto sono bengalesi e non hanno diritto di vivere nel paese». Alcuni gruppi  sono già sul piede di guerra: «Ashin Wirathu, monaco che guida il movimento buddista “Ma Ba Tha”, denuncia la visita papale come politicamente istigata», affermando che «non esiste un gruppo etnico di Rohingya nel nostro paese».

D’altro canto «i sostenitori dei Rohingya si aspettano che il Papa esprima il suo parere», prosegue il cardinale Bo. A tal proposito, proprio per evitare tensioni e non innescare conflitti sociali e religiosi, la Chisea del Myanmar – spiega il Cardinale – suggerisce a Papa Francesco di «non utilizzare il termine Rohingya» ma di «parlare dei diritti umanitari dei musulmani che soffrono nello stato di Rakhine, della necessità di una soluzione durevole, dell’adozione di soluzioni non violente e dell’urgenza di una cooperazione regionale».

Sulla delicata posizione della leader birmana Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace e oggi ministro nel governo, il Cardinale conferma la posizione della Chiesa cattolica: «Ha bisogno di pieno supporto. Aung San suu Kyi è stata attaccata dai media e talvolta senza pietà. È profondamente delusa dai media occidentali. È una forte personalità. Avrebbe ascoltato suggerimenti costruttivi. I suoi successi sono stati molti ma sono affondati nei recenti eventi. Ha sacrificato tutta la sua vita per far risuscitare il paese dalle rovine dopo sessanta anni di governo di un giunta militare. È un risultato storico. Nelle sue fragili mani tiene i sogni di milioni di questo paese».

«Le sue percezioni possono essere sbagliate – prosegue il cardinale Bo –  ma la sua integrità e l’impegno sono al di sopra di ogni sospetto. La sua leadership deve proseguire. Occorre apprezzare il suo ruolo nella democratizzazione di questa nazione. Il suo impegno per l’accordo di pace di Panglong (per la riconciliazione con le minoranze etniche, ndr) è riuscito a portare tutti i gruppi combattenti e l’esercito allo stesso tavolo. Sta offrendo spazi per il dialogo tra i partiti antagonisti. Questo processo ha bisogno di pieno supporto e apprezzamento».

Il cardinale Bo ricorda infine che «in Myanmar la giustizia economica e la giustizia ambientale possono generare una pace duratura. Una maggiore democrazia e una più forte inclusione guarirà ferite storiche. La Chiesa vuole aiutare a costruire la pace attraverso iniziative interreligiose. Le soluzioni violente non si sono rivelate efficaci negli ultimi sei decenni. Urge la pace con i gruppi etnici attraverso l’adozione di un sistema federale».

 

25 settembre 2017

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