Charlie Parker nel ritratto di Julio Cortázar

Fra i grandi scrittori del ‘900, Julio Cortázar, nato a Bruxelles nel 1914 da genitori argentini e morto a Parigi, sua città elettiva, nel 1984, è stato uno dei più sofisticati e allusivi; non sempre facile ma capace di creare mondi immaginari di speciale qualità spirituale con uno stile unico. Nella sua vasta produzione, il racconto lungo Il persecutore, uscito nel 1959 nella raccolta Las armas secretas e recentemente riproposto da Einaudi (prefazione di Carlo Boccadoro, pp. 78, 14 euro), rappresenta una splendida eccezione: le sue pagine scorrono infatti come un fiume impetuoso e si possono leggere tutte d’un fiato senza impuntamenti.

Si tratta della biografia, trasfigurata, di Charlie Parker, indimenticabile sassofonista afroamericano, il cui nome nel testo diventa Johnny Carter. A comporla è Bruno, amico e sodale del musicista, pronto a raccoglierne passioni, sentimenti, energie e sregolatezze, lui, così metodico e amante dell’ordine. Il saggista resta colpito dall’intuizione sul tempo che il compagno gli propone, suggestionato da un viaggio in metropolitana: come se le varie fermate fossero i minuti della nostra esistenza. Già in questo doppio piano si misura la potenza del racconto, quasi sfalsato tra la carica vitale dell’artista e la razionalità controllata del suo interprete, che cerca invano di scoprire i segreti del talento: «Quello che volevo spiegare a me stesso», cito dalla storica traduzione di Franco Minganti, ora aggiornata dalla nuova versione di Flavia Rosa Nicoletti Rossini, «è che la distanza che esiste fra Johnny e noi non ha spiegazione, non si fonda su differenze spiegabili».

Dove trovare allora la sorgente da cui scaturisce il genio? I cartoni narrativi ci sfilano davanti assai rapidamente: il ricovero del jazzista nell’ospedale Bellevue di New York (lo stesso luogo dove peraltro venne curato Malcolm Lowry che rievocò quei giorni in Caustico lunare); lo smarrimento del sassofono nel metro parigino; l’incendio nella camera d’albergo dove viveva insieme alla compagna Dédéé; il rapporto travagliato fra Johnny e la Marchesa, sorta di amica e protettrice; la mitica seduta di registrazione di Lover Man (che nella finzione romanzesca diventa Amorous); il decesso finale del protagonista, proprio nei giorni in cui Bruno pubblica la monografia su di lui. Ma tutto ciò non avrebbe alcun valore se non ci fosse la voce unica del diarista, il quale s’impegna in un assolo strepitoso, trascinante, dirompente. Allo stesso tempo attirato e respinto da quell’individuo così diverso da lui, che sembra incarnare l’essenza dell’umanità, finisce per scrutinare la possibile sterilità del suo mondo intellettuale: «Ma qui, in queste note stenografiche scarabocchiate su un ginocchio durante gli intervalli, non sento il più piccolo desiderio di parlare da critico, cioè di sanzionare comparativamente».

2 ottobre 2017

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