“Che fare, dunque?”, la carica espressiva di Lev Tolstoj

Nel testo ispirato al trasferimento in città, tra saggio, diario e trattato teologico, lo sguardo severo che lo scrittore rivolge anzitutto a se stesso

Nel 1881 Lev Nikolaevic Tolstoj, forse il più grande scrittore-insegnante dell’epoca moderna, aveva pubblicato Guerra e paceAnna Karenina, caposaldi della civiltà occidentale: tutti, già allora, lo consideravano lo scrittore più importante della Russia. In quell’anno fatidico, con la numerosa famiglia al seguito (la moglie, dieci figli e una serie innumerevole di camerieri, maggiordomi e inservienti), si trasferì dalla magnifica tenuta di Jasnaja Poljana, nelle cui campagne si era formato sin da giovane, in una altrettanto sontuosa residenza a Mosca. Gli appartamenti dove la folta compagnia andò ad abitare si trovavano nei pressi del Cremlino, in pieno centro, alla massima distanza possibile dall’ambiente rurale che aveva favorito la composizione degli indimenticabili capolavori narrativi.

Per lo scrittore l’incontro con la città si rivelò devastante: in particolare i vagabondi e i derelitti che bivaccavano nelle strade della capitale lo sconvolsero nel profondo determinando la conversione religiosa da tempo già in atto e meravigliosamente sentenziata dal trattato autobiografico intitolato proprio Confessione. Accanto a questo testo decisivo per comprendere lo snodo della sua poetica, Tolstoj, in piena fibrillazione emotiva, diede alle stampe diverse altre opere, fra le quali Che fare, dunque?, ispirato al cambio di residenza, ora riproposto in lingua italiana da Flavia Sigona per l’editore Fazi (pp.245, 20 euro). Si tratta di un testo spurio, fra saggio, diario, trattato teologico e analisi economica, tipico della maturità tolstojana, che oggi possiamo leggere nella sua rinnovata attualità pensando gli squilibri sociali del nostro tempo e paragonandoli a quelli denunciati con forza e indignazione dal grande maestro.

L’incipit, da solo, rende l’idea del libro: «Mai, in vita mia, avevo abitato in città. Quando, nel 1881, mi trasferii a Mosca restai stupito della miseria urbana; conoscevo la miseria delle campagne, ma quella cittadina era per me nuova e incomprensibile. A Mosca è impossibile percorrere una strada fino in fondo senza incontrare dei mendicanti, e di un tipo particolare poi: sono mendicanti, quelli di città, sprovvisti di bisaccia e croce al collo, come usa dire dei poveri di campagna; i miseri di Mosca non portano bisaccia e non chiedono l’elemosina: quando li incroci o passi loro accanto, per lo più si limitano a cercare il tuo sguardo, solo dopo tendono la mano, ma non sempre». Si sente in queste righe la carica espressiva tipica di Tolstoj: una macchina riflessiva unica, in grado di inglobare descrizione e interpretazione, realtà e idea, mondo e visione.

L’istinto filantropico da cui il protagonista si sente inizialmente animato viene posto sotto una speciale lente d’ingrandimento, capace di mostrare crepe e cinismi, alibi interiori e malafede. A contare in queste pagine non sono tanto i ragionamenti sulla povertà, o gli esercizi di retorica politica, quanto lo sguardo severo, privo di qualsiasi indulgenza, che lo scrittore rivolge innanzitutto a se stesso, sottoponendosi a un processo da cui vuole uscire a testa bassa, sconfitto e disilluso. Identificare il male e poi denunciarlo non è sufficiente, bisogna entrare in azione nel tentativo di estirparlo.

3 aprile 2017

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