Chiamati dalla Misericordia

Rivolgersi a Dio è sempre una questione “vitale”, è riconoscere il mio essere nel suo, per esistere insieme a Lui. Per questo lo Spirito del Figlio grida in noi il nome del Padre

Il nome, ogni nome, contiene in sé un mistero che definisce l’essere di una persona. Per noi uomini il nome è così importante che diamo nomi non solo agli animali ma anche agli oggetti, alle cose, a tutto ciò con cui entriamo, per un motivo o per l’altro, in relazione. Ovviamente qui parliamo di relazioni utili o di affetti e legami, ma questo bisogno in sé la dice lunga su cosa ci aspettiamo da un nome e l’idea che il nome ci fornisce di tutto ciò che esiste.

Anche nella Bibbia Dio gioca spesso con i nomi, oltre a fornirne uno gli piace cambiarli, specialmente per descrivere l’essere, la caratteristica, il compito o la missione di una persona: Dio cambia il nome ad Abram in Abraham (Gn 17,5) perché sarebbe stato padre di una moltitudine di popoli; cambia il nome di Sarai in Sara (Gn 17,16) perché sarebbe stata la madre di re; a Giacobbe cambiò il nome in Israele (Gn 32,28) perché egli lottò con Dio e gli uomini e vinse. Addirittura tutto il popolo di Dio riceve un nome nuovo (Is 62,4). Nel nuovo testamento viene dato a Gesù il nome di Emmanuele prima ancora che egli nasca (Mt 16,18), non occorre ricordare gli altri nomi di Gesù: il Cristo, il Nazzareno. Gesù cambia il nome di Simone in Cefa (Gv 1,42 ; Mt 16,18), addirittura Gesù dà i soprannomi (Mc 3,17). Potremmo andare avanti ma quello che dobbiamo capire è che il nome per Dio e gli uomini è una cosa importante, ma ancora più importante è chiamare per nome ed usare un nome, specialmente se è il nome di Gesù il nome nel quale ci si riunisce per pregare (Mt 18,20), per accogliere (Mt 18,5 ; Mc 9,37 ; Lc 9,48), per osannare Dio (Mt 21,9 ; Mc 11,9 ; Lc 19,38 ; Gv 12,13), per essere martirizzati (Mt 24,9 ; Mc 13,13 ; Lc 6,22 ; Lc 21,12 ; Lc 21,17 ; Gv 14,26), per salvare e battezzare ( Mt 28,19 ; Lc 24,47 ; Gv 3,18 ; At 2,21), scacciare demoni (Mc 5,7 ; Mc 9,38-39 ; Mc 16,17 ; Lc 8,30 ; Lc 10,17), avere carità ( Mc 9,41 ; Gv 16,23 ; At 3,6), per diventare figli di Dio (Gv 1,12).

Non possiamo dimenticare che, ci piaccia o no il nostro nome, esso qualifica il nostro essere, dice qualcosa di noi a noi stessi, e non parliamo del significato del nome in sé su cui ci piace molto soffermarci, parliamo del significato che il nostro cuore, il nostro intimo, sente risuonare quando ci sentiamo chiamare da qualcuno, quando qualcuno ci dà la possibilità di sentirci vivi perché ci chiama, ci dà la possibilità di rispondere perché ci interpella, e la possibilità che abbiamo di far sentire qualcuno nell’essere semplicemente chiamandolo ed accogliendo la sua risposta. In fondo la prima disperazione della morte, del perdere qualcuno che si ama, è l’impossibilità di poter chiamare il suo nome e di avere da questi una risposta, e cosa è, in fondo, la paura della propria morte se non la paura di non poter più sentire chi ci chiama e non poter più rispondere? Esiste una circolarità nel chiamare ed essere chiamati, rispondere e ascoltare una risposta secondo il proprio nome e il nome altrui, come esiste un’intimità che si stabilisce tra i “chiamanti”, intimità che è conoscenza di ciò che l’altro rappresenta veramente nel suo essere, nell’espressione migliore del suo essere (Ap 2,17).

Due episodi tra tutti, nei Vangeli, mi sono particolarmente cari a proposito di questa intimità del nome e questo sottolineare l’importanza dell’essere secondo il nome: la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,43) e l’incontro tra Maria di Magdala con il Risorto (Gv 20,16): Gesù sembra prendersela comoda con Lazzaro malato, addirittura viene anche “rimproverato” da Maria per questo, Gesù dice apertamente che la morte dell’amico era per la gloria di Dio e la sua glorificazione (Gv 11,4). Ciò però che mi ha sempre colpito è il modo con cui la gloria di Dio diventa operativa: Gesù chiama il suo amico per nome invitandolo ad uscire dalla morte. Forse un truffatore e fattucchiere avrebbe usato una formula “segreta”, bisbigliato parole “arcane”, attirando l’attenzione di tutti, ma Gesù glorifica Dio chiamando il nome dell’amico che risponde prontamente con la vita. Il nome di Lazzaro (in ebraico “Dio ha soccorso”!) diventa, chiaramente, quello di un vivente, non è un nome inciso su una lapide che ha significato per pochi, esso diventa un vangelo, una lieta novella per tutti, diventa parte di quella vita che tutti chiama, la sua risposta non è udibile ma “vivibile” e non poteva essere altrimenti. La gloria della risurrezione me la immagino proprio così, come immagino l’opera della creazione: il vivente chiama e io rispondo per vivere anche io, “Colui che è” chiama ad essere ed io, rispondendo, esisto … per sempre!

Il brano della Maddalena al sepolcro ci dice un’altra cosa: ella fa fatica a capire quello che è successo al sepolcro, è rimasta lì apposta dopo che Pietro e Giovanni se ne sono andati, addirittura scambia il Risorto per il giardiniere e lo implora di dirgli dov’è il corpo del Signore, ma è al sentirsi chiamare “Maria!” dalle labbra del Risorto stesso che ella lo riconosce e lo riconosce per sé, nella vita che le spetta per essere stata ad ascoltare suoi insegnamenti, infatti lo chiama “Rabbunì”, Maestro, perché ciò che insegna il Risorto è proprio la vita e come ci si arriva: ascoltando e rispondendo a Colui che chiama per farti esistere e farti esistere per la vita eterna. Maria ascolta il suo nome pronunciato dalla stessa Eternità e solo allora può rispondere, in maniera corretta, senza essere offuscata dalla paura della morte, solo allora può correre via da quel sepolcro inutile ad annunciare che la vita ha vinto, la morte ha perso, con nel cuore l’eco del suo nome pronunciato dalla vita stessa.

Dobbiamo, però, riflettere anche sul nome con cui siamo noi a chiamare il Signore: sappiamo che la pronuncia del nome di Dio – quel famoso “YHWH” del tetragramma sacro ebraico – è giudicata irrimediabilmente persa dagli stessi studiosi ebrei, si è però sicuri di avere a che fare con un nome relativo a verbo “essere”; lungi dal volermi concedere una lunga dissertazione sul nome di Dio, dobbiamo però riflettere su questo “essere” che in Dio è sempre totale e straripante verso il creato, le creature, gli uomini. Se è vero che Dio crea “lasciando spazio” all’essere di ciò che esiste (teoria dello Zim Zum), è anche vero che tutto ciò che esiste partecipa del suo essere, chiamato proprio dalla Sua parola all’esistenza, e senza di questi non sarebbe affatto. Riferirsi a Dio, rivolgersi a Lui, invocarlo è sempre una questione “vitale”, non possiamo rivolgerci a Lui pensando di aprire semplicemente una parentesi e richiuderla quando smettiamo di invocarlo: invocare il suo nome è coniugarsi con lo stesso verbo essere, riconoscere il mio posto, il mio essere nel Suo, non semplicemente per dirgli qualcosa ma per esistere assieme a Lui, per questo lo Spirito del Figlio stesso, la Vita che ha vinto la morte, grida in noi il nome del Padre (Gal 4,6).

Ovviamente, il “motore” dell’essere di Dio è sempre e solo l’amore e, per questo, ogni qualvolta il Padre “chiama” un figlio è per amore, l’essere nell’amore, e le risposte “giuste” che possiamo dargli sono tutte risposte secondo amore, una risposta fuori dell’amore è sicuramente una risposta sbagliata! Dalla nostra parte, quando chiamiamo Dio, e vogliamo rivolgerci a Lui nella maniera giusta, questa è sempre “con amore” e nell’amore, sicuri che la sua risposta non potrà essere una risposta sbagliata, perché sarà sempre una risposta d’amore! Questa dinamica è il cuore della misericordia divina, una misericordia che può e vuole essere chiamata da coloro che porta in grembo, impaziente di dare la sua risposta materna e paterna. Misericordia che chiama per nome i suoi figli perché vuole donare loro il suo stesso essere, li vuole far esistere ed esistere per sempre, aspettando, con pazienza materna e paterna, che i suoi figli rispondano con amore, nell’amore … all’Amore che dona la vita.

5 aprile 2016

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