Debolezza e Misericordia

Solo abbandonandosi, arrendendosi nell’umile figliolanza, lasciandosi prendere in braccio l’uomo trova la pace dell’amore vero, la realizzazione della “passione” per Dio

Ogni passione umana ha bisogno di un terreno per crescere. Ogni uomo cerca di realizzare la propria umanità attraverso le sue “passioni”, aspirazioni, desideri. La passione di Dio è l’uomo stesso e si offre agli uomini come oggetto della loro passione attraverso la quale l’umanità si realizza pienamente, piena in una maniera tale da diventare umanità divina, umanità totale! Le passioni umane, però, non sempre hanno come fine l’umanità buona, vera, piena: il peccato è lo specialista che propone agli uomini le passioni sbagliate, quelle che lo disumanizzano e lo rendono schiavo dei vari deliri di onnipotenza e di superbia, di possesso e distruzione. Il peccato è il fallimento dell’umanità e di tutte le buone passioni che umanizzano l’uomo. Il peccato è il terreno su cui le passioni disumanizzanti attecchiscono e prosperano ingannando l’uomo, confondendolo e disorientandolo, senza questo terreno le cattive passioni non crescerebbero, non si alimenterebbero, e se questo vale per le cattive passioni è vero anche che pure le buone passioni hanno bisogno di un terreno per crescere ed alimentarsi, ovviamente un terreno buono e consono al bene che la buona passione deve realizzare.

Il piano della salvezza che Dio offre agli uomini si gioca sull’incontro delle buone passioni umane e quelle di Dio, possiamo dire che l’incontro salvifico tra Dio e l’uomo avviene sempre nell’ambito di una passione reciproca: Dio desidera l’uomo ed il suo bene e l’uomo desidera Dio ed il bene che questi vuole offrirgli! Se chiamiamo questa passione “Misericordia” possiamo capire meglio questo terreno comune sul quale la passione della Misericordia cresce e si alimenta: il terreno dell’umiltà, dell’abbassamento e della debolezza! La Misericordia divina sceglie sempre il terreno della debolezza, tanto che questa si fa motivo principale di tutto il percorso che Gesù compie, dall’incarnazione alla croce; tanto che la sua è una continua spoliazione dalla sua divinità per arrivare a toccare il fondo della debolezza umana. La parabola terrena di Gesù si esplica sempre secondo questo motivo di fondo e, lo capiamo bene, solo per far rifulgere l’amore di Dio per noi, la sua totale misericordia.

Dio Padre gioca sempre sul terreno della debolezza per mostrare la sua misericordia, esaltarla e farla brillare, tanto che senza la “debolezza misericordiosa” la misericordia in sé perderebbe la sua vera natura: proviamo a pensare se Dio avesse cancellato gli ebrei nel deserto per uno qualsiasi dei loro tradimenti e ribellioni, o si fosse imposto sempre e solo con la forza; proviamo a pensare perché la scelta di Dio cade su Davide, il più giovane e “delicato” dei figli di Iesse invece che su uno dei suoi fratelli più grandi, forti e preparati (1 Sam 16,1-13); pensiamo ai profeti che sceglie e manda ad annunciare la sua Parola, scelti per la loro debolezza e non appariscenza ma docili e fedeli alla sua Parola e Verità. Ancora,  pensiamo al servo sofferente di Isaia (Is 42,1-4 e Is cap 52 e 53), immagine di quel Cristo che umile e docile si offre per tutti; pensiamo al rozzo pescatore di Galilea che egli sceglie per fondare la sua Chiesa (Mt 16,13-20); pensiamo all’umile luogo dove Dio si incarna e quello dove nasce; pensiamo ai primi palcoscenici che Gesù sceglie per la sua predicazione, luoghi ai margini della terra promessa, addirittura fuori in terra pagana, nelle periferie di ogni centro di potere, romano od ebraico che sia; infine proviamo a pensare come e dove muore il nostro Signore, nella periferia della città per eccellenza, fuori delle mura sacre della Città Santa, in una specie di discarica destinata a luogo d’orrore per le esecuzioni e sepolture, per poi mostrare la sua vera gloria nella risurrezione ma, sempre in linea con l’inaudita debolezza, affidarne il primo messaggio alle donne, parte di quell’umanità che ancora oggi, purtroppo, sappiamo essere sempre vista e trattata come la più debole. Sicuramente, per dirla con Martin Buber “Successo non è uno dei nomi di Dio” ma lo è, sicuramente, quello di “Misericordia” attraverso il quale si fa conoscere, umilmente, come colui che ha totale passione per gli uomini.

Senza ombra di dubbio il terreno su cui cresce e prospera la Misericordia di Dio, la sua passione per noi, è “l’umile debolezza” e, sempre senza dubbio, se vogliamo godere della sua Misericordia e fare di Dio la nostra passione, dobbiamo crescere e prosperare sullo stesso terreno. L’uomo, creatura sempre tentata e ferita dal peccato per le passioni sbagliate, proverà sempre a sottrarsi al terreno dell’umiltà e della debolezza, un terreno che non gli si confà perché estraneo all’orgoglio e alla superbia, radici di ogni tentazione e peccato, proverà a stipulare compromessi e sviluppare ragioni che giustifichino persino il male peggiore, ma sarà sempre e solo sul terreno dell’umile debolezza che l’umanità incontrerà la Misericordia di Dio e potrà mantenerla come sua passione, motivo d’esistenza. Fuori dalla debolezza confidente (2Cor 12,9-10) l’uomo non potrà realizzare la sua passione per Dio perché fuori dalla sua misericordia. Solo abbandonandosi, arrendendosi nell’umile figliolanza, lasciandosi prendere in braccio (Sal 130), troverà la pace dell’amore vero, la realizzazione della buona passione umana per Dio.

Certe visioni trionfalistiche della Chiesa e di Dio devono, in vista dell’esaltazione della misericordia divina, lasciare il passo a un coraggio a favore della debolezza e dell’umiltà. Lungi da me dal volere disprezzare ogni sana e bella liturgia ecclesiale che si esprima attraverso la bellezza e la sapiente tradizione, ma suscitare una serena e gioiosa riflessione su un coraggio umile e docile, senza paura delle povertà umane, è quanto mai doveroso e urgente per il bene intimo e sereno di tutti coloro che amano Dio e desiderano accogliere la Sua misericordia. L’urgenza della Misericordia è oggi una priorità su cui, come Chiesa, ci giochiamo tutto ma sbaglieremmo nell’interpretare quest’urgenza come compito primario attivo abbandonato alla nostra iniziativa. Quello che Dio Padre chiede ai suoi figli è, innanzi tutto, accogliere il suo amore, essere coraggiosi nell’abbandonarsi all’umiltà e accettare la debolezza che ci suggerisce di guardare dove nessuno guarderebbe, cercare dove nessuno cercherebbe, per trovare quel tutto dell’amore di Dio che è nostra salvezza: pensiamo quanta fatica inutile hanno fatto i discepoli per guardare Gesù nella maniera sbagliata, cercando in lui il glorioso condottiero perdendosi, di fatto, la misericordia crocifissa, fuggendo nel momento più alto dell’amore di Dio per gli uomini – la croce! – con il rischio di smarrirsi nei terreni sbagliati (vedi i discepoli di Emmaus e Tommaso).

Potremmo andare avanti a sottolineare i momenti in cui, nei Vangeli, ci vengono narrati episodi in cui i discepoli perdono la vera identità del Cristo e la misericordia del Padre per non aver saputo guardare “in basso”, ma quello che dobbiamo domandarci noi oggi, discepoli del terzo millennio, è se abbiamo imparato a cercare il nostro vantaggio, il nostro bene, l’amore e la misericordia di Dio nei posti giusti: se Cristo identifica se stesso nei poveri e negli ultimi, tra i disprezzati e martirizzati ancora oggi, dove lo stiamo cercando noi? Su quale terreno alimentiamo la nostra passione per Dio? Abbiamo capito che cercare Cristo, e cercarlo sul terreno giusto, è trovare, per noi, la Misericordia? Siamo sicuri che accogliendo il povero, il fuggitivo, l’ultimo stiamo facendo qualcosa per lui o è lui che regala qualcosa a noi?

27 aprile 2016

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