Gioisca la terra!

La misura dell’amore di Cristo informa i cuori di quanti sono chiamati a seguirlo “più da vicino”, a essere grembi di Chiesa vuoti di carne ma colmi di vite. E sarà Pasqua

«Gioisca la terra inondata da così grande splendore; la luce del re eterno ha vinto le tenebre del mondo!». Così abbiamo cantato nella veglia delle veglie. Mentre assistiamo al miracolo della primavera, dove tutto quello che sembrava inerte e colpito a morte dall’inverno torna a rifiorire, celebriamo la vittoria di Cristo sul male e sulla morte. Lui, il Signore della vita era morto, ma ora, vivo trionfa! Nel mistero della Pasqua avviene una morte e una nascita, la morte del Figlio di Dio fatto uomo e la nascita di un’umanità nuova, dal fianco aperto di Cristo nasce la Chiesa, nuova Eva, sua Sposa.

La Pasqua è mistero di vita, mistero fecondo! Qui possiamo contemplare il realizzarsi di quell’annuncio di salvezza che attraversa tutte le Scritture: la vita viene da Dio! È lui che crea il mondo mettendo in ordine tutte le cose perché la terra informe e deserta possa diventare pronta per accogliere la vita (Gen 1,20); l’uomo stesso non sarebbe un essere vivente se nella terra da cui lo ha plasmato Dio non soffiasse il suo Spirito di vita (Gen 2,7). E Dio soltanto lo può fare perché è lui il «Dio vivo» (Dan 14,5), «il vivente» (Dt 5,26; Gs 3,10; Ger 10,10) è in lui «la sorgente della vita» (Sal 36,9). Dare la vita è opera dello Spirito – dominum et vivificantem -, la missione del Figlio: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10), alla quale tutti partecipiamo e tutti riceviamo nel nostro battesimo: siamo fatti per dare la vita, per mettere al mondo, per generare.

È il mistero che si rivela nel cero pasquale, simbolo di Cristo Agnello immolato, mistero della vita che vince il peccato e la morte, compimento delle Antiche Scritture, Pane spezzato e sangue sparso, pesce che nutre le moltitudini, Dio fatto uomo che riconduce gli uomini a Dio e che immerso nel fonte battesimale feconda il grembo della sua Sposa, la Chiesa madre di una moltitudine di figli chiamati a vivere della sua stessa vita, feconda. «Come la donna riceve la vita nel suo corpo e come dalla sua unione con l’uomo, nascono dei figli che essa nutre e alleva, così avviene la trasmissione della vita eterna» (M. Delbrêl). Ma come è possibile? Come si può essere fecondi in un tempo nel quale sembra che la vita consacrata languisca sotto il peso della carenza delle vocazioni, nell’apparenza di una sua insignificanza sempre più profonda per gli uomini e le donne del nostro tempo?

«A volte è difficile vivere la fraternità, ma se non la si vive non si è fecondi» (Francesco). Una comunità nella quale si respira l’aria di una fraternità concreta, fatta di fatiche e inevitabili conflitti ma anche della voglia di stare insieme nella sequela di Cristo e del suo Vangelo può diventare lo spazio di un’attrattiva feconda per i giovani che sono alla ricerca di luoghi nei quali si possa riconoscere il tentativo di una fede praticabile, non irraggiungibile, accessibile alla loro vita, fatta – come la nostra – di infedeltà e di peccato ma piena di desiderio di Dio.

Una vita consacrata – dico soprattutto al femminile – nella quale riscoprire e annunciare la bellezza e la dignità di essere donna, facendo gustare di nuovo la fecondità del femminile in una cultura nella quale il mito androgino sembra voler scalzare l’annuncio genesiaco della differenza e della complementarietà. C’è bisogno di donne consacrate che siano donne secondo la creazione per poter mostrare al mondo il significato bello custodito nella femminilità.

È l’annuncio della risurrezione di Cristo, la partecipazione al mistero della sua Pasqua che dà alla vita consacrata la sua vera forma, l’energia e la forza per rinnovarsi costantemente. È la forma di Cristo, assunta in germe il giorno del battesimo, che è chiamata a costituirsi nella vita di chi ha scelto ed è stato chiamato a professare i voti. È la misura dell’amore di Cristo – che passa attraverso la Croce – a informare i cuori di coloro che sono chiamati a seguirlo “più da vicino”, a rendere le loro vite un richiamo alla sua, una testimonianza – anche nell’ infedeltà – che indica la Via che può salvare. Conformare la propria vita a Cristo, non tanto per esserne testimoni perché la nostra testimonianza sarà sempre sbiadita, ma soltanto perché abbiamo compreso che quella e quella soltanto è la forma dell’uomo, è il modo che dona pienezza, che colma quella sete ardente di vita che Dio stesso ha inferto, come una ferita, al nostro cuore.

Essere pasquali, fecondi, significa diventare padri e madri rinunciando nella carne a quanto deve nascere soprattutto nello Spirito. Condurre gli uomini a Dio, accompagnare, accogliere le vite degli uomini e delle donne del nostro tempo per portarle a Dio, essere casa accogliente, spazio nel quale lasciar riposare i cuori feriti, gratuitamente, senza possesso, con il solo desiderio di riconoscere nei volti di ogni uomo un fratello nella creazione o nella redenzione, grembi aperti nei quali accogliere le gioie e i dolori, le angosce e le speranze di tutti; grembi di Chiesa vuoti di carne ma colmi di vite; energia di vita sprecata per la salvezza di tutti, gocce di sudore cadute nella terra per edificare la Chiesa, sangue vivo versato, energie spese, fatiche portate e vissute perché questo mondo del quale facciamo parte possa volgersi – anche suo malgrado – verso il Padre di ogni vita (M. Delbrêl) e ogni vita possa, attraverso la nostra povera e benedettamente imperfetta vita, godere della pienezza della Redenzione. E sarà Pasqua.

13 aprile 2015

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