Guardiani della totalità del Vangelo

Ai consacrati il compito di mostrare all’uomo il senso più vero della sua umanità. Una vita, la loro, che continee in sé la forza del segno a cui rimanda

Una felice espressione di uno dei più grandi teologi del Novecento insegna che «la vita dei consigli evangelici resterà fino alla fine del mondo il guardiano della totalità del Vangelo e in ogni epoca la Chiesa sarà tanto viva quanto saranno vivi gli ordini attivi e contemplativi» (H.U. von Balthasar, La vita religiosa nella Chiesa, 30). Per tutti noi, consacrati e consacrate, tale annuncio risuona non semplicemente come un compito ma soprattutto come una forte speranza per la nostra stessa vita e per la vita di tutta la Chiesa perché innalza lo sguardo verso l’ultimo giorno, fino al significato ultimo della storia, prospettiva della quale la vita consacrata è segno. «Segno che può e deve attrarre efficacemente a compiere, senza venir meno, la propria vocazione cristiana; segno che il popolo di Dio non ha cittadinanza permanente in questo mondo; segno che manifesta meglio a tutti i credenti i beni celesti; segno che offre una testimonianza della vita nuova ed eterna ottenuta dalla risurrezione di Cristo; segno che preannuncia la risurrezione futura e la gloria del regno celeste. In una parola, questo segno inserisce l’escatologia nella vita» (J.M. Bergoglio, La vita consacrata e la sua missione nella Chiesa, 15).

Come ogni segno, la vita consacrata possiede in sé la forza di rimandare a quello che indica indipendentemente dalla missione che compie, dallo sforzo in cui si prodiga per annunciare il Vangelo, per dare sollievo ai sofferenti, per educare le nuove generazioni; la vita consacrata possiede in sé la forza del segno: è là, nella storia del mondo a servire l’uomo mostrandogli il senso più vero della sua umanità, a ricordare al cristiano la sua identità più profonda per mezzo della professione dei consigli evangelici. «La presenza di uomini totalmente presi e consacrati a Cristo non è solo auspicabile ma anche necessaria per la Chiesa, necessaria nell’essere stesso dei consacrati più che nella loro attività ministeriale o di altro genere» (Balthasar, 30).

Povertà, castità e obbedienza sono la via di tutti e che tutti conduce nella strada della vita in pienezza, lungo il sentiero che si apre dietro la porta del Battesimo «vitae spiritualis ianua, vestibolo d’ingresso alla vita nello Spirito» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1213). La strada è la pratica di quella lotta che acconsente allo Spirito di lavorare la nostra carne e conformare il nostro cuore ad avere in noi «i medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5). Ma questa è la strada di tutti gli uomini e se forse oggi si è perso il senso più vero della propria umanità, se si è confusa la domanda riguardo all’essere persona umana, non si è affievolito il desiderio di una vita piena, semplicemente si è smarrito l’orizzonte di una ricerca dall’esito felice. Coraggio, allora! Non demordiamo nella lotta! Il compito che ci è affidato è importante e se il segno talora può essersi usurato nella fatica del tempo è bene ricordare che mai ha smesso di indicare, anche nella sua povertà, perché mostrare la via fa parte della sua essenza. È altrettanto vero, però, che la nostra essenza ci richiama costantemente alla fedeltà, a essere segno sempre più eloquente della medesima via, quella via di felicità di cui anche il segno stesso è riempito.

14 ottobre 2015

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