“Homo faber”, l’opera di Frisch dal valore evocativo

Il diario di un ingegnere meccanico alieno da ogni sensibilità umanistica, destinato a scontrarsi con la sua stessa incredulità, ristampato da Feltrinelli

Sessant’anni fa, nel 1957, vennero pubblicati alcuni dei grandi romanzi del Novecento: ce ne sarebbero numerosi da citare, ma certi primeggiano. Il dottor Zivago di Boris Pasternak, Sulla strada di Jack Kerouac, Il commesso di Bernard Malamud, La gelosia di Alain Robbe–Grillet, Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda. Possiamo comprendere come, fra tanti capolavori, Homo faber di Max Frisch, ristampato da Feltrinelli nella nuova traduzione di Margherita Carbonaro (pp. 224, 17 euro), all’inizio stentasse a essere percepito alla medesima altezza espressiva di quei vertici letterari. Eppure anche questo diario di un ingegnere meccanico alieno da ogni sensibilità umanistica, destinato a scontrarsi con la sua stessa incredulità, possiede una forza incomparabile che nel tempo è andata crescendo fino ad assumere un valore evocativo che, oggi ancor più di ieri, possiamo apprezzare. Il progresso della tecnica, alla metà degli anni Cinquanta, con le astronavi americane e russe che partivano alla conquista dello spazio, sembrava formidabile, ma rispetto a quello che abbiamo visto dopo, pensiamo soltanto alla cosiddetta rivoluzione informatica, era ben poca cosa.

Walter Faber ci fa pensare alla sconfitta della tecnologia, soprattutto se questa diventa il fine delle nostre imprese conoscitive, invece di essere il mezzo. Ecco perché la soglia della responsabilità è andata aumentando a dismisura: oggi possiamo compiere azioni che un tempo parevano impossibili. Ciò che Frisch aveva prefigurato assomiglia a una rovina archeologica. L’homo faber resta coinvolto in una concatenazione di eventi che lui, scienziato abituato da sempre all’osservazione e alla verifica, al calcolo che ci dovrebbe proteggere dal rischio, non riesce a controllare e dai quali resta sopraffatto. Una volta si era innamorato di Hanna, poi i due avevano interrotto la relazione: chi avrebbe potuto sapere che lei avrebbe avuto una bimba da Walter senza avergli detto niente? Durante un viaggio aereo verso il Messico l’ingegnere subisce un atterraggio di fortuna nel deserto a causa della rottura dei motori: tradimento simbolico dei propulsori! L’incontro con un passeggero imbarcato nello stesso volo lo porta a scoprire il suicidio di Joachin, che era stato il marito di Hanna. Molte pagine del libro sono dedicate alle peregrinazioni di Walter in giro per il mondo prima insieme a Ivy, poi con Sabeth che si rivelerà essere proprio sua figlia e, in un finale rocambolesco, morirà in Grecia punta da un serpente senza che l’inconsapevole padre possa riuscire a salvarla: altra insufficienza, stavolta della medicina.

Evidente l’allusione all’ineluttabilità del fato che sarebbe illusorio credere di poter dominare. Il progresso avanza, ma non può evitare che nel suo grande palazzo si formino crepe a volte micidiali. Lo scrittore lascia immaginare lo sdegno degli dèi infuriati nei confronti di chi, come Faber, li ha sfidati due volte, prima illudendosi di potersi costruire un mondo tutto suo, dove ogni realtà sembra essere il frutto di uno schema studiato a tavolino, poi scegliendo di sedurre una ragazza molto più giovane che alla fine lo metterà con le spalle al muro. Al termine del taccuino Hanna torna ad Atene e presenta all’antico amante un drammatico rendiconto. A lui non resta altro che balbettare la propria insipienza: «Comprendo solo che Hanna, dopo quel che è successo, non vuole abbandonare mai più Atene, la tomba di nostra figlia».

24 luglio 2017

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