I sacerdoti porte della Misericordia, fiume d’amore che dà vita

Testimonianze di presbiteri sull’esperienza della misericordia. «Parlarne è parlare della vita cristiana. Moltiplicare il bene con gratuità dove si serve e si vive»

Ho chiesto ad alcuni sacerdoti di scrivere liberamente e in anonimato del loro rapporto con la misericordia. Non un commento ma un’esperienza vitale, il loro ricevere e dare l’acqua di questo fiume d’amore che dà senso alla vita, a tutte le vite, ammettendo umilmente, in questo contesto, quello che ogni sacerdote scopre nella sua vita donata: il sacerdote ha un posto d’onore per la misericordia divina, non per privilegio ma per servizio anche se, bisogna ammetterlo, comunque il posto che la misericordia gli assegna è un punto privilegiato per osservare, capire e godere la misericordia stessa. Ecco quindi la prima di queste testimonianze.

Scrivere della misericordia non è facile. La mia esistenza è immersa nella misericordia, per l’amore ricevuto, le opportunità che mi sono state date, per la vita carica di senso che accompagna il ministero sacerdotale, per la compagnia dei poveri, per il perdono abbondante  e reiterato. Per lo stupore di fronte a testimoni della fede cristiana che ho avuto il dono di incontrare; fra di essi alcuni che hanno dato la loro stessa vita per il Vangelo. Misericordia quindi è una dimensione che mi ricorda il debito accumulato e crescente negli anni.

Peraltro, credo vi sia un mistero nella disparità di opportunità che sono date a ciascuno: e l’unica risposta a questo mistero  è – credo – nella parola di Gesù: «A chi ha ricevuto molto, molto sarà chiesto». Non potendo sapere quanto si protrarrà il mio pellegrinaggio terreno, e ricordando la sapiente lezione del salmo, «insegnami a contare i miei giorni e giungerò alla sapienza del cuore», sento anche che un atteggiamento misericordioso mi aiuterà a essere giudicato un poco più benevolmente.

La fiducia nella Divina Misericordia ha animato piccole grandi donne: Faustina Kovalska, anche di fronte ai disastri della guerra. La Misericordia è stata la medicina con la quale i padri conciliari hanno saputo curare le ferite dell’uomo e della donna del XX secolo. Misericordia è la giovinezza di suor Emmanuelle che sprizzava gioia e sapeva comunicare, lei novantenne, la grandezza dell’amore per i piccoli chiffoniér che abitavano la “città dei morti” al Cairo.

Misericordioso era un buon vescovo di una diocesi suburbicaria di Roma, dove era rimasto per 27 anni, saggio e mite. E il suo vicario sembrava don Camillo. Preti antichi e saggi. E la fondatrice delle Piccole Sorelle di Gesù, carattere di ferro e tenace: mi disse una volta che alle sue sorelle era permesso litigare, ma dovevano riconciliarsi, nella misericordia, non più tardi del giorno successivo. E ho conosciuto, in parrocchia l’eroicità di tante madri anziane, che per i loro figli disastrati hanno sofferto, pregato, amato, con misericordia, anche quando sono state ferite dall’abbandono.

Ho visto, in tempi recenti, fra povere donne eritree, cosa significa consolare per un mese intero, notte e giorno, una di loro che aveva perso la propria unica figlia in maniera tragica e improvvisa. Donne povere, che riescono a dividere e moltiplicare il poco che hanno, rianimandosi vicendevolmente nella fede e nell’amicizia, in un quartiere periferico, dove la solitudine ferisce. Celebrando talvolta in carcere, ho visto la lotta titanica di uomini feriti dal male e che hanno ferito, per credere infine al bene. E ho visto la sete autentica di misericordia, che è mendicare una predicazione carica anche solo di una parola di speranza. Ho visto le strade inusitate e imprevedibili, lungo le quali la misericordia diviene parola, sguardo, abbraccio.

Ricordo di aver amministrato l’unzione degli infermi in ospedale a un barbone, di cui ero divenuto amico, e mentre gli leggevo la Scrittura un giovane ricoverato cominciò a ripetere il brano, urlandolo. Aveva una malattia neurologica che lo costringeva a spasmi del corpo e sbalzi della voce. L’amico barbone, prima di morire, mi chiese di prendermi cura di lui. Scoprii così che nella sua solitudine – era trattato quasi da lebbroso nel suo quartiere – era in realtà divenuto riferimento “spirituale” della farmacista che gli forniva il necessario, ma che allo stesso modo aveva bisogno della medicina dell’ascolto. Così per molti altri. Dava coraggio, a partire dalla sua fragilità, e lui che di scuola ne aveva potuta frequentare poca, sapeva però dire cose buone a partire dalla sua fede povera e dalla familiarità con i Vangeli, che leggeva spesso.

Se misericordia è anche sapere portare  i dolori degli altri nel proprio cuore, devo confessare quanto stupore davanti alla preghiera dei bambini, all’intuizione di bene, alla capacità di compatire, particolarmente quando insieme abbiamo pregato per i malati. Sovente, quando sono di fronte a sfide più grandi, a drammi umani laceranti, al senso di impotenza, chiedo spesso ai piccoli – e ai poveri – di pregare per l’uno o per l’altro amico in difficoltà che è stato messo sulla mia strada, in parrocchia e fuori di essa. Sono stupito e travolto dalla capacità persuasiva della misericordia, che non rifugge la verità della lotta contro il male, il potere della divisione, tutto ciò che ferisce l’anima dell’uomo, l’invidia per il bene.

Ma sento anche la bellezza di una fiducia certa nella sua vittoria ultima. Dopo tanta vita e quasi trent’anni di Messa, mi sono commosso spesso ascoltando la richiesta sacramentale di perdono di cristiani umili, che soffrono più di me per il loro peccato, anche quando è piccolo, e  più di me, con ingenuità evangelica, anelano all’abbraccio del Padre.  Mi hanno edificato. La misericordia è come un fiume carsico: spesso non la vedi, ma riaffiora nei luoghi meno prevedibili, e dai cuori che rivelano capacità inedite. Ci si accorge degli uomini e delle donne misericordiose che si incontrano spesso dall’aura di attesa e di simpatia che li circonda.

Un’anziana suora, morta di tumore pochi anni fa, ha saputo trasformare in amore ogni occasione di prova, ogni dolore. Portava in tasca una pagella, da lei disegnata, le cui materie erano carità, preghiera, umiltà, amore fraterno, amore per la Chiesa, per la Parola di Dio. La sera, dopo aver letto la Bibbia, “riceveva” i voti, o meglio, dopo il discernimento della compieta, lasciava che il Signore valutasse la sua giornata. Al mattino, veniva da me crucciata enumerando le sue insufficienze. Era perennemente insoddisfatta – con ironia – di sé, e travolta dalla misericordia di cui si sentiva oggetto. Aveva vissuto trent’anni in missione e, a Roma, faceva servizio di portineria. Da quella portineria raggiungeva tutti con un pensiero, una preghiera. Era curiosa come una giovane adolescente. Quando stette per addormentarsi nel Signore, e i dolori erano così grandi che riusciva solo a dire «Signore pietà», e si vergognava di non pregare in altro modo, in realtà era quasi giunta alla compenetrazione degli esicasti russi o dei poveri del Vangelo di Marco, la cui fede è tutta condensata nelle poche parole: «Signore Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me peccatore». Il rito delle esequie, fu, per questa seminatrice e spigolatrice di misericordia, come un evento pasquale. Ricordo i canti degli africani e delle africane che giunsero da lontano per stringersi intorno a lei.

Ho visto la misericordia e le opere di misericordia brillare in contesti di pericolo, di aggressione violenta, di guerra. Ho visto giovani cristiani coraggiosi che hanno sfamato l’ansia di pace e di riconciliazione, mettendo a rischio se stessi, in Paesi dove la vita vale poco. Potrei continuare: mi preme però testimoniare come la misericordia è stato permettere anche a un giovane ricco, quale ero io, di vivere una vita buona, di scoprire la bellezza del Vangelo, di servirlo nell’altare e nei fratelli, di essere accompagnato da tanti laici che mi hanno portato sui confini del mondo, senza temere la complessità e mostrandomi la grandezza della Chiesa e del popolo di Dio. Insomma, parlare della misericordia è parlare della vita cristiana, che altrimenti non si direbbe tale. Parlare di misericordia è parlare del bene che mi ha immeritatamente raggiunto e che per questo dovrei cercare di moltiplicare con gratuità li dove ho la grazia di servire e vivere.

24 maggio 2016

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