“Il diritto di contare”: storia di tre donne nere alla Nasa

La vicenda, vera, della scienziata afroamericana Katherine Johnson e delle due colleghe, nell’America degli anni ’50: una riflessione sul ruolo della donna nella società

Assegnati, con qualche infortunio imprevisto, i Premi Oscar, entriamo da vicino a contatto con i film in competizione che ora sono nelle sale. Si è parlato molto negli ultimi mesi di Hidden Figures (”Figure nascoste”, titolo italiano Il diritto di contare, uscito l’8 marzo) firmato dal regista Theodore “Ted” Melfi. Il film si è imposto all’attenzione degli Stati Uniti e del panorama internazionale, ottenendo nomination ai Golden Globe e agli Academy Awards 2017, perché ha riportato alla ribalta una vicenda emblematica: la storia vera della scienziata afroamericana Katherine Johnson che, insieme ad altre due colleghe, si affermò nell’America del dopoguerra nel campo della ricerca alla Nasa, tra pressioni e forti pregiudizi, perché donne e per di più nere. Katherine Johnson è tuttora vivente, oggi novantottenne, ed è stata presente alla recente cerimonia di consegna degli Oscar.

Ispirato dunque a una vicenda autentica, il film prende le mosse dal libro omonimo di Margot Lee Shetterly. Siamo negli Stati Uniti d’America all’inizio degli anni Cinquanta, la Nasa – all’epoca denominata Naca, National Advisory Committee for Aeronautics – accetta di assumere anche scienziate donne, comprese ragazze di colore. Così tre giovani afroamericane iniziano le attività di ricerca: Katherine G. Johnson (Taraji P. Henson), Dorothy Vaughn (Octavia Spencer) e Mary Jackson (Janelle Monáe). Il lavoro si rivela da subito complesso, non solamente per i ritmi quotidiani, ma in particolare per la continua tensione che regna negli uffici. L’ambiente è prettamente maschile, per lo più sono uomini bianchi, pertanto le tre giovani professioniste vengono viste con sospetto e poca simpatia. A questo si aggiunge il clima di intolleranza razziale del periodo, esplicitato anche dalla differenza dei bagni, divisi non solo per sesso (uomini–donne), ma anche per colore della pelle (bianchi–neri). A capo della struttura c’è Al Harrison, che mantiene una posizione di scetticismo se non di pura ostilità verso le ragazze. Quando però intuisce il valore professionale delle tre donne, abbandona del tutto ogni reticenza, aiutandole a riscattarsi.

Al suo secondo lungometraggio – nel 2014 aveva diretto St. Vincent –, Ted Melfi porta sullo schermo, con il taglio della commedia, uno spaccato sociale degli Stati Uniti anni Cinquanta e Sessanta, mostrando nello specifico il ruolo della donna nella società. Melfi evidenzia le insidie che venivano riservate alle donne, soprattutto se nere, costruendo anche un trascinante racconto di affermazione sia professionale che personale. Atmosfera e battute vivaci danno ritmo al film, che si rivela un prodotto intenso e coinvolgente. Sono da evidenziare certamente alcune ingenuità narrative, che rischiano di danneggiare l’approfondimento del film, di renderlo un po’ prevedibile e convenzionale. La storia però tiene, grazie all’ottimo lavoro degli attori, delle tre protagoniste (su tutte la sempre brava Octavia Spencer) nonché il Kevin Costner nel ruolo del capo ufficio, attore veterano di mille avventure cinematografiche. Nel complesso il film è adatto a un pubblico ampio, certamente familiare: una buona proposta anche per rileggere una pagina di storia del passato, a dire il vero non del tutto rimossa.

13 marzo 2017

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