“Il viaggio di Fanny”: l’Olocausto visto dai piccoli

Una storia girata “ad altezza di bambino”, come veicolo di trasmissione del ricordo e della conoscenza. Sempre con i loro occhi

Il 27 gennaio è, dal 2005, la Giornata della memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto. Un anniversario importante merita un ricordo non effimero: si può provare in sostanza a dire qualcosa sulla tragedia della Shoah anche al di là della data segnata da calendario. Il cinema corre lungo questa strada grazie a un buon numero di film che ogni anno arrivano a ricordarci quei fatti e che, però, possono essere visti e utilizzati anche dopo, fuori dalle celebrazioni. Quest’anno è la volta de Il viaggio di Fanny, film di produzione francese che ha il merito di affrontare l’argomento dalla parte dei bambini. Presentato nei giorni scorsi e in sala proprio il 26–27 gennaio, con un invito a rilanciarlo in successive occasioni.

La tredicenne Fanny Ben Ami e le sue sorelle sono affidate dai genitori a una delle colonie francesi destinate a proteggere i minori dai rischi della guerra. Conoscono altri coetanei e, quando i pericoli dei rastrellamenti nazisti si fanno più intensi, sono costrette alla fuga. Fanny assume il ruolo di guida del gruppo… È stata la produttrice Saga Blachard ad individuare il romanzo da cui è tratto il film. L’autrice de Il viaggio di Fanny, Fanny Ben Ami, vive oggi a Tel Aviv e Lola Doillon, la regista, ha voluto fortemente incontrarla per conoscere meglio la storia dei genitori e delle due sorelline. Acquista credibilità la frase, a dire il vero ormai un po’ abusata, «tratto da una storia vera».

Il senso della realtà è in effetti dentro ogni passaggio della storia, insieme a un taglio narrativo di crescente paura e disagio. Anche laddove, per completezza di informazione, il copione è stato allargato alla presenza di personaggi della Resistenza (soldati e civili), la regia riesce a non forzare mai il tono oltre il necessario, mostrando ogni passaggio come compiuto dai bambini stessi. Una storia, come si dice, girata ad “altezza di bambino”, ossia avendo ben presenti le psicologie dei piccoli e le loro reazioni davanti a pericoli che trascendono la loro età. «Molti di loro – testimonia la regista – non conoscono ancora o, secondo la loro età, sanno poco di questo periodo di storia. Il film si pone dunque come un importante veicolo di trasmissione del ricordo e della conoscenza, sempre visto dalla loro parte».

Lungo questo percorso che mette in evidenza paura, timori, tremori, che Fanny è chiamata ad attutire facendo ricorso a coraggio e volontà, si muove la storia spinta opportunamente anche sul versante dell’avventura: così infatti i ragazzini vivono ciò che accade filtrato dalle loro reazioni infantili. Il risultato è un insieme di realtà e finzione azzeccato e pertinente. Il climax finale con il gruppetto che corre a perdifiato verso il confine svizzero si scioglie in un respiro forte e profondo. Giusta conclusione (una sorta di lieto fine) che non stona e manda i piccoli spettatori a casa con un sollievo e un segnale di speranza. Il film, dopo la visione in sala, è da utilizzare ampiamente a livello scolastico e didattico.

30 gennaio 2017

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