La misericordia e la fecondità dei padri

Due miracoli intrecciati, per raccontare del grembo di Dio che rende nuovamente fecondo quello dell’emorroissa e della figlia di Giairo. Dando fondamento alla speranza

 Dal vangelo secondo Luca, capitolo 8:
40Al suo ritorno, Gesù fu accolto dalla folla, perché tutti erano in attesa di lui. 41Ed ecco, venne un uomo di nome Giàiro, che era capo della sinagoga: si gettò ai piedi di Gesù e lo pregava di recarsi a casa sua, 42perché l’unica figlia che aveva, di circa dodici anni, stava per morire.
Mentre Gesù vi si recava, le folle gli si accalcavano attorno. 43E una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, la quale, pur avendo speso tutti i suoi beni per i medici, non aveva potuto essere guarita da nessuno, 44gli si avvicinò da dietro, gli toccò il lembo del mantello e immediatamente l’emorragia si arrestò. 45Gesù disse: «Chi mi ha toccato?». Tutti negavano. Pietro allora disse: «Maestro, la folla ti stringe da ogni parte e ti schiaccia». 46Ma Gesù disse: «Qualcuno mi ha toccato. Ho sentito che una forza è uscita da me».47Allora la donna, vedendo che non poteva rimanere nascosta, tremante, venne e si gettò ai suoi piedi e dichiarò davanti a tutto il popolo per quale motivo l’aveva toccato e come era stata guarita all’istante. 48Egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace!».
49Stava ancora parlando, quando arrivò uno dalla casa del capo della sinagoga e disse: «Tua figlia è morta, non disturbare più il maestro».50Ma Gesù, avendo udito, rispose: «Non temere, soltanto abbi fede e sarà salvata». 51Giunto alla casa, non permise a nessuno di entrare con lui, fuorché a Pietro, Giovanni e Giacomo e al padre e alla madre della fanciulla. 52Tutti piangevano e facevano il lamento su di lei. Gesù disse: «Non piangete. Non è morta, ma dorme». 53Essi lo deridevano, sapendo bene che era morta; 54ma egli le prese la mano e disse ad alta voce: «Fanciulla, àlzati!». 55La vita ritornò in lei e si alzò all’istante. Egli ordinò di darle da mangiare. 56I genitori ne furono sbalorditi, ma egli ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che era accaduto.

Due storie al femminile, due miracoli intrecciati… ma legati da una logica di continuità. Due donne che perdono la vita: una per dodici anni di malattia (il sangue se ne va, e quindi, come per uno stillicidio, la vita se ne va), l’altra muore dopo solo dodici anni di vita. Inutile cercare di trattenere questo flusso mortifero perché le cure dei medici non servono, inutile lottare, perché l’unico risultato è svuotarsi sempre di più, lentamente, fino a perdere tutto. Anche se si è nel fiore della giovinezza, nell’età in cui le bambine diventano donne e si comincia a pensare al matrimonio, una grave malattia può porre fine in poco tempo a ogni speranza e a ogni sogno.

Queste due storie parlano di due donne bloccate nella loro potenzialità di essere madri: grembo divenuto sterile, perché non in grado di trattenere e custodire il figlio concepito; grembo vergine e pronto alla fecondità ma invano, perché ormai irrimediabilmente chiuso per la morte improvvisa. L’incontro con Gesù, con la misericordia di Dio fatta carne, guarisce e resuscita, grazie alla potenza sprigionata a contatto con il suo corpo e alla parola divina di salvezza (la tua fede ti ha salvata, va in pace – fanciulla, svegliati!). È come se il flusso che fa scivolare via la vita si arrestasse e il corpo delle donne fosse travolto da un’energia capace di restituire loro, in maniera sovrabbondante, vita, forza, dignità.

L’elemento trasgressivo di questo doppio miracolo consiste tutto in quel contatto che Gesù stabilisce con ciò che è impuro, o meglio: con chi è impuro. Per Gesù non esiste un’umanità impura che non può essere toccata e quindi sanata o resuscitata. Tutto è prezioso agli occhi della misericordia di Dio! Anzi, ciò che impuro, cioè separato e disprezzato da Dio secondo la visione degli uomini, attira al contrario la misericordia di Dio, spinge il cuore di Dio a mettersi in movimento per venire a cercarlo. E invece: la donna emorroissa non può toccare ed essere toccata da nessuno, è costretta a rimanere in casa, lontano dalla vita sociale. In più, conformemente alla visione retributiva di Israele, vive la sua condizione di donna malata come una punizione di Dio per i suoi peccati. Maledetta dagli uomini perché maledetta da Dio! Il corpo della ragazza morta è ancora di più oggetto di un ostracismo da parte della Torah (Numeri 19,11-16): toccarla è profanare la Dimora del Signore e meritare la morte. Per Gesù invece Dio è il Padre che lo ha inviato ad entrare in contatto con quanto c’è di più lontano da Lui (la maledizione del peccato e della morte) perché i suoi figli, caricati feriti sulle sue spalle, abbiano vita in abbondanza. La donna emorroissa, messa al centro dell’emiciclo della folla, è riconosciuta come la figlia mai condannata dal Padre, salvata per la fede dal suo male e reintegrata nel popolo di Israele. La ragazza sperimenta nel regno di coloro che dormono la visita e il tocco del Signore Gesù, come un’anticipazione di quella discesa agli inferi del Risorto, quando prenderà per la mano tutti i suoi fratelli per portarli nel regno della luce.

La ragazza è figlia del capo della sinagoga, di Giairo e della sua sposa. Giairo è un nome che significa: colui che Dio risuscita (o illumina). In effetti anche il padre e la madre sono risuscitati dal Signore. Non soltanto perché alla fine proveranno la gioia di riavere viva la loro figlia, ma più profondamente perché dopo questo incontro con Gesù molte cose saranno cambiate dentro di loro. Il Vangelo ci dice che questa ragazza era l’unica figlia di questa coppia. Possiamo immaginare di quante attese e sogni fosse carico lo sguardo di questi genitori! Una figlia donata da Dio, un segno della sua benedizione, una possibilità reale di futuro, di discendenza, ora che è divenuta grande…. Tutto questo però si infrange con il sopraggiungere della malattia grave. Quale sarà la volontà di Dio? Per un capo della sinagoga come Giairo la morte è la fine di tutto, è entrare nello sheol, è il segno di una punizione di Dio; ricordiamo la dura frase della vedova di Zarepta ad Elia, di fronte al figlio rimasto senza respiro: «Che c’è tra me e te, uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio?» (1Re 17,18). Che Dio voglia questo, che voglia punire nella figlia la colpa dei genitori? E quale colpa mai può meritare questo crudeltà?

Il padre si convince ad andare da Gesù per buttarsi ai suoi piedi quando la malattia di sua figlia è ormai avanzata (il testo del vangelo dice: stava morendo). Mentre cammina a fianco del Signore, in mezzo alla folla che preme, il suo cuore deve essere andato con la memoria all’altro padre, Abramo il credente, mentre sale il monte con il figlio Isacco a fianco e nell’intimo oscilla tra il dolore e la fede: “Come può Dio chiedermi di offrirgli il figlio che Lui stesso mi ha donato? Adonai è forse come Baal?” E poi ad Isacco: “Dio stesso provvederà al sacrificio!” (Genesi 22). L’incontro con l’emorroissa fa ritardare l’arrivo di Gesù a casa di Giairo. È ormai troppo tardi, inutile disturbare il Maestro, tua figlia è morta… Nel cuore di Giairo risuona con amarezza questo “è troppo tardi”, una beffa del destino, forse il modo in cui Dio ha manifestato la sua volontà inflessibile. Ma per Gesù non è mai troppo tardi per sperare! Persino la morte non è una barriera sufficiente a bloccare la misericordia di Dio.

«Non temere, continua ad aver fede, e lei sarà salvata» sussurra Gesù a questo padre sconvolto dalla notizia. Giairo continua a camminare, un passo dopo l’altro, dietro a Gesù, e nel cuore ha la speranza appesa ad un filo, sottile ed assurdo. Questo filo è la parola di Gesù, che gli sta chiedendo di credere che la morte per Dio non esiste, è solo un dormire. Non si è dannati allo sheol ma destinati a svegliarsi e a rialzarsi in piedi. Questa fede è folle, va contro l’evidenza, questa fede è ridicola. La piccola folla di parenti ed amici fa l’unica cosa umanamente sensata: intona il lamento funebre sul corpo morto della ragazza e deride chi nega l’ineluttabilità della morte.

Ma solo Gesù conosce e rivela quanto è grande la misericordia del Padre, solo lui dà fondamento alla speranza degli uomini! Dio si è fatto uomo per quel contatto lieve della mano, per quel corpo a corpo, che ci restituisce la pienezza della vita. Insieme alla ragazza anche il padre e la madre risuscitano, Giairo diventa “Giairo”. Ora la fede e la speranza non si allontaneranno più dal suo cuore, ora può dire a Dio, come Giobbe, come Abramo: prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti contemplano, Tu sei il Dio della vita e della misericordia!

Il grembo della misericordia di Dio rende nuovamente fecondo il grembo dell’emorroissa e quello della fanciulla. Ma anche Giairo e la sua sposa conoscono una fecondità nuova, un nuovo modo di essere padri e madri, che nasce dalla fede: sono capaci come il padre Abramo di credere contro ogni apparenza, di sperare contro ogni speranza, e di testimoniare agli altri che ci si può fidare del Dio della vita.

13 settembre 2016

 

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