“Le nostre anime di notte”, il “testamento” di Haruf

In uno stile al limite della consunzione, la misura del suo sentimento vitale dello scrittore, che esplora con straordinaria efficacia il carattere della senilità

Kent Haruf morì nel 2014, a settantuno anni, vittima di un male ai polmoni che ne stroncò l’attività letteraria iniziata abbastanza tardi rispetto alle consuetudini. Eppure trovò la forza di comporre il suo ultimo romanzo che uscì postumo negli Stati Uniti e viene ora tradotto in italiano da Fabio Cremonesi per Nn, l’editore che ha avuto il merito di riscoprire questo grande scrittore americano: Le nostre anime di notte (pp. 176, 17 euro). Un testamento spirituale che, in una leggerezza quasi febbrile, certo dovuta all’impossibilità di dare la mano finale al testo, trova anche la propria forza espressiva, come un dipinto appena compiuto, coi colori che si devono ancora asciugare e tuttavia, proprio per questo, lasciano il segno.

È la storia di due anziani, Addie Moore e Louis Waters i quali, nella stagione estrema della loro esistenza, vivono un sentimento di straordinaria intensità emotiva che li porta a un confronto serrato con se stessi. Poche volte, nella letteratura del Novecento, il carattere della senilità è stato esplorato con simile efficacia. Per trovare esempi di tale portata, dobbiamo tornare indietro verso certi racconti di Isaac Singer, ad esempio. In questo caso tuttavia ciò che davvero conta è la reazione della popolazione di fronte al coraggio degli straordinari protagonisti. Holt, l’immaginario paese divenuto leggendario grazie alla trilogia narrativa che ha determinato la fama dello scrittore, non accetta il rapporto amoroso fra i due vecchi e anzi ne respinge la carica potenzialmente eversiva, come se l’affetto profondo che lega Addie e Louis avesse un risvolto antisociale rivelando la fragilità dei valori sui quali la comunità appare fondata.

Nel momento in cui il nipotino di lei, il piccolo Jamie, entra nella vita quotidiana degli imprevedibili compagni, depositato da Gene, suo padre, in piena crisi coniugale, la vicenda acquista ulteriore dimensione drammatica, in quanto il figlio, imbarazzato e sconvolto dalla scelta materna, si contrappone a lei usando come arma di ricatto proprio il bambino. Perché Gene è così duro, quasi inflessibile nei confronti della donna che gli ha dato la vita? Qui l’autore mostra una grande lungimiranza, avendo sin dalle prime pagine lasciato intuire quale fosse l’origine della sua insoddisfazione: da piccolo Gene vide morire la sorellina, vittima di un incidente stradale mentre entrambi stavano giocando nei pressi del giardino. Una tragedia che lo toccò nel profondo causandogli una ferita indelebile.

Haruf scrive con una precisione chirurgica che in questo caso si fa lancinante: come se gli mancasse il tempo e la vicenda che stesse narrando costituisse davvero la sua ultima parola. Le parole valgono doppio. Le descrizioni del paesaggio sono così intense da assomigliare a bassorilievi incastonati dentro i dialoghi essenziali, privi di virgolette. Ogni azione umana sembra il risultato di un evento precedente, incontrollabile, che nessuno può dominare. L’unica nostra possibilità sembrerebbe essere quella di assecondare il ritmo, senza illudersi di poterlo modificare. Ecco perché lo stile rastremato, al limite della consunzione, rappresenta in questo scrittore la misura del suo sentimento vitale.

6 marzo 2017

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