Misericordia che unisce

A Dio Padre piacciono solo i fratelli, la moltitudine dei fratelli che, per mettere in pratica l’amore che Lui insegna, devono sempre farsi fratelli di qualcuno

Assodato l’amore di Dio per ognuno di noi, la sua misericordia ha però una pretesa singolare, una strada privilegiata e un modo di agire preferenziale, possiamo quasi dire indicativo del suo modo di operare e produrre singolari effetti: la misericordia preferisce e crea l’unità fra coloro che ama. Se la cosa potrebbe sembrare scontata per alcuni, non lo è affatto per molti, considerando i problemi che i cristiani, sin dagli inizi, hanno posto in essere nell’unità fra loro, nella Chiesa! Il che non vuol dire “fallimento” dalla parte di Dio, poiché lo Spirito Santo riesce, seppure con evidente fatica, a tenere insieme nel nome di Cristo le varie Chiese e nell’unità battesimale ogni credente, ma significa che ancora non abbiamo imparato a vivere, accogliendolo pienamente, il dono dell’amore totale in Cristo con cui siamo stati fatti veramente figli. È un peccato perché la fatica che stiamo facendo per arrenderci tutti allo stesso amore ci impedisce di vivere appieno la gioia dei Figli di Dio, prolungando, in un certo senso, quelle fatiche e sofferenze che Cristo ha vissuto per noi (Gv 17,11.20-26).

A tal proposito ho sempre visto come indicativo di questa unità ecclesiale il brano del Vangelo di Giovanni sui primi incontri del Risorto con i discepoli (Gv 20,10-30), soprattutto il forte significato che ha l’incontro del Risorto con san Tommaso. Da rilevare che il Risorto non vuole essere trattenuto da “uno”, non può più appartenere a singoli (Gv 20,17), chiede addirittura a Maria di Magdala, che lo vede per prima al sepolcro, di non essere trattenuto e le affida il compito di andare dai discepoli (fra i suoi!) ad annunciare la sua risurrezione. Importante è capire che la prima volontà del Risorto è far incontrare i suoi discepoli insieme, per ricevere, insieme, la lieta novella, l’annuncio della risurrezione, una sorta di carica che si innesca solo nel gruppo, fra coloro che uniti nell’esperienza della sequela del Cristo si ritrovano per continuarne la memoria, attuarne gli insegnamenti, possiamo dire: hanno voglia di essere fratelli!

Accade così che anche se imperfetti e pieni di paura (Gv 20,19), ma insieme, si crea la possibilità dell’unità che viene resa operativa e perfetta dal dono dello stesso Spirito Santo. Gesù “alita” su di loro lo Spirito Santo che abilita i suoi all’amore più grande (Gv 20,22-23), al dono più grande dell’amore: il perdono! Sarebbe impensabile concepire questo dono come una sorta di potere sugli altri se questo non fosse prima praticato fra i suoi, all’interno del cenacolo in riunione: che Chiesa (Ekklesia=assemblea di chiamati) sarebbe stata se il perdono, l’amore più grande, non fosse stato vissuto prima al suo interno, nell’intimo di quelle colpe e rimproveri che i discepoli si saranno scambiati l’un l’altro nei giorni della passione e prima della risurrezione, nessuno nella Chiesa avrebbe potuto mai amministrare un perdono fuori da se stessa se prima non si fossero riuniti, come i chicchi di una melagrana nella buccia, attraverso il perdono reciproco.

Se l’amore, attraverso lo Spirito Santo, non avesse trionfato, la Chiesa avrebbe fatto la fine dei chicchi di una melagrana esplosa nella caduta al suolo, il frutto si sarebbe disperso con solo una vaga idea della propria appartenenza, non avrebbe potuto conoscere e vivere l’occasione dell’amore né tantomeno testimoniarlo. Prova di tutto questo è l’assenza di un “chicco” che se ne era andato in giro cercando per conto suo il Risorto: Tommaso. Egli non era con gli altri e forse aveva già rinunciato a “fare gruppo” e fa la sua “mozione di sfiducia” non appena li incontra (se non metto il dito … non credo!), il che non è per niente una buona base di partenza per amare e perdonare. Magari Tommaso se ne sarà andato nella settimana successiva a cercare per conto suo Gesù, ma è solo all’interno dei suoi che riesce ad incontrare il Risorto, a riconoscere l’amore che ha amato anche lui in maniera totale attraverso i segni della passione, e riconoscere che quell’amore è Dio, il Signore (Gv 20,28).

Tommaso, alla fine, anche se si perde la beatitudine di chi crede senza vedere, la nostra beatitudine, ci conferma il bisogno di unità che la Chiesa, tutti i cristiani, devono ritrovare per poter riconoscere, nell’unità, l’amore totale di Dio, non tanto perché la divisione è un peccato, e lo è senza dubbio, ma perché nella divisione faremo sempre fatica a riconoscere l’Amore, a capire una misericordia che non cerca solo alcuni ma tutti; nella divisione ci perderemo il dono dello Spirito Santo che ama essere ricevuto nei cenacoli dei fratelli. L’unità, anche quella minima, meramente umana ed insufficiente ma unità, è la condizione perché lo Spirito Santo riunisca, tenga insieme nell’amore la Chiesa di Cristo, come la melagrana è un insieme nella totalità dei chicchi che si stringono. L’unità della Chiesa si auto comprende come amore che ama perché unità amata e voluta dal suo Signore.

L’unità, per questo, è ricchezza nella diversità, come sono diversi i chicchi della melagrana che, però, solo insieme formano lo specifico del frutto del melograno. La misericordia divina che opera nella diversità non può operare per “tutti” senza la pretesa di operare a favore dell’unità di tutti, la sua opera materna. Come tutte le buone madri che non solo amano e vogliono il bene per i figli, esse desiderano sempre l’unità fra loro, desiderano che essi si vogliano bene e si abbraccino e che questo sia il frutto di tutto l’amore speso per loro. Accogliere la Misericordia di Dio è, per forza di cose, assecondare il volere della madre per l’unità di tutti i suoi figli.

Tanti interrogativi possono affiorare circa il futuro della Chiesa, sulla sua missione, sulla sua testimonianza e tanto altro e, forse, nessuno potrà mai rispondere compiutamente, ma una cosa si può dire con sicurezza: l’efficacia dell’azione ecclesiale, dell’impegno della Chiesa di incarnare nel mondo l’amore di Dio per gli uomini per la loro salvezza – compito che le è stato affidato da Cristo – è tutto nella capacità di impegnarsi nell’unità dei battezzati, per sempre meglio comprendere l’Amore di Dio e non mettere ostacoli allo spirito Santo, uniche condizioni per le quali la garanzia di successo è illimitata. Se non fosse così, se ci limitassimo a credere di essere gli unici depositari dell’amore di Dio, a credere nel privilegio del “figlio unico” che trattiene per se tutto l’amore del Padre e della Madre, saremmo solo degli illusi e mai riusciremo a radunarci nel cenacolo con tutti i fratelli. Saremmo anche degli eterni delusi perché, con l’arroganza dei figli unici, non ci arrenderemo mai al fatto che a Dio Padre piacciano solo i fratelli, la moltitudine dei fratelli che, per mettere in pratica l’amore che Lui insegna, devono sempre farsi fratelli di qualcuno, fratelli uniti nell’amore per amare e donare amore sempre più grande.

19 aprile 2016

 

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