Paolo Fresu, Archaeo Hits per il suo jazz «spugnoso»

“Archaeo Hits” in chiave jazz. Un modo inedito, ispirato e informato, di interpretare i primi metodi di notazione musicale di cui si ha certezza, adottati nella Grecia classica e successivamente dai Romani, e di far risuonare le canzoni delle saghe tradizionali scandinave risalenti alla Viking Age insieme alle prime laude italiane, ripescate da preziosi manoscritti pre-rinascimentali. Un concerto tra musica e archeologia con la garanzia di vedere sul palco uno dei jazzisti italiani più famosi all’estero come il trombettista Paolo Fresu, accompagnato da Daniele di Bonaventura al bandoneon e dai virtuosi musicisti svedesi dell’Ensemble Balticum, composto da Aino Lund Lavoipierre voce e percussioni, Ute Goedecke voce, arpa medievale, recorder, Per Mattsson agli strumenti ad arco medievali, Stefan Wikström al sackbut e percussioni.

La serata inaugura idealmente l’allestimento romano della mostra temporanea e itinerante sulle origini e sull’evoluzione della musica europea, che raccoglie i risultati del progetto EMAP (European Music Archaeology Project), che approda ad ottobre al Parco regionale dell’Appia antica, dopo essere passata per Svezia, Spagna e alcune zone del Lazio.

Un progetto insolito, ma non stupisce che a portarlo in scena sia proprio Paolo Fresu, 56 anni, centinaia di dischi e migliaia di collaborazioni e concerti, una laurea magistrale Honoris Causa in Psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici conferitagli dall’Università di Milano-Bicocca, per aver «dedicato la sua arte alla promozione della cultura nelle comunità e nei gruppi della sua terra, attivando le relazioni sociali che si pongono a fondamento della convivenza – si legge nelle motivazioni ufficiali -… Fresu ha dimostrato così la potenza comunicativa della musica, in quanto forma simbolica, coniugando in un rapporto originale e fecondo il jazz e la cultura folklorica sarda».

La Sardegna come cifra stilistica, dunque. Fresu è nato a Belchidda, in provincia di Sassari, zona gallura montuosa, non esattamente una meta turistica, ma da trent’anni sede del Festival ideato da lui, che, in un crescendo di successo e di partecipazione, resiste al tempo e alla crisi. Un’artista che oltre a “parlare” con le note della sua tromba, ha tanto da dire e raccontare sulla e intorno alla musica, tanto da farne un libro, pubblicato lo scorso maggio, dal titolo “La musica siamo noi”. Maestro della tromba e dell’“impossibile è possibile”, come ci spiegherà nell’intervista.

Partiamo dalle archaeo hits. Come nasce il progetto e come fa un corno vichingo a sposarsi con la sua tromba?
Il progetto nasce da un’idea di un giornalista italiano appassionato di musica, Emiliano Licastro, che ha ideato la mostra e poi ha coinvolto noi per la parte musicale. Il dialogo è un po’particolare, portiamo sul palco strumenti molto antichi, chiaramente abbiamo scelto materiali che potevano essere consoni alla nostra idea di musica e al nostro repertorio. Un anno e mezzo fa ci siamo già esibiti in Svezia e questa di Roma è un’occasione preziosa, per quello che Roma rappresenta nella storia. All’Auditorium ci sarà una parte solista dell’ensemble svedese, e una con me e Di Bonaventura, in cui proporremo laudi del 1200 prese dal “Il Laudario di Cortona”, che è la più antica collezione conosciuta di musica italiana in lingua volgare, che raccoglie trascrizioni anonime dei canti dei pellegrini che si spostavano in giro per l’Europa e che noi rileggiamo in chiave jazz.

Che cosa hanno da dirci oggi questi antichi suoni?
Sicuramente hanno da dirci molto. Sono suoni affascinanti, unici, apparentemente semplici, ma che hanno dettato, in qualche modo, la musica di oggi. Portano un’idea diversa di musica, di sentire il suono. Oggi i suoni nuovi si ottengono con l’elettronica, ma questi sono puri. Il concerto va su due fronti, da una parte la semplicità della melodia, perché all’epoca non c’era la polifonia, dall’altra l’essenzialità sonora, tutta in acustico. Ricordiamoci che lo strumento nasce con un suo suono, ma poi tutto dipende dalla capacità e dal pathos del musicista che lo usa.

Nessuno è profeta in patria, ma lei è l’eccezione che conferma la regola nella sua Belchidda…
Io credo che il successo del mio festival, che già per il fatto di esistere da 30 anni è un buona notizia, con i tempi che corrono, sia dovuto proprio ai luoghi usati come set. Abbiamo organizzato concerti nel nulla, nei boschi, davanti ai laghi, sugli alberi, sui treni, sulle navi. È un festival che lavora sull’ambiente, rispettando profondamente i luoghi, sempre più proiettato all’utilizzo di nuove energie, come il fotovoltaico. Ormai la gente si fida di noi e si fa anche un’ora di cammino per arrivare a sentire un concerto in cima alla montagna, o viene a seguire il programma anche quando ci sono artisti sconosciuti. Jazz e musiche affini sono linguaggi estremamente elastici che si prestano ad essere consumati in luoghi diversi.

Possiamo dire che la Sardegna sia la sua cifra stilistica?
Sono un sardo che si porta appresso la sua “sardità”, il sardo è la prima lingua che ho appreso, mio papà era un pastore, mia mamma lavorava in campagna, sono quindi molto legato alla mia terra in senso stretto. Mi porto appresso una passione, che rifletto nella ricerca di natura etimologia legata alla musica. Il mio obiettivo è condividere la ricchezza che mi porto dietro. D’altra parte questa è proprio la metafora del jazz, una musica spugnosa, che assorbe e rilascia quello che ha.

Le piacciono le sfide, “Rendere possibile l’impossibile” è il suo slogan. Ma c’è una sfida che il jazz non ha ancora affrontato?
Sì e no. Per me sfida è anche aver invaso con 200 musicisti il centro storico cantierato de L’Aquila, o aver suonato, come qualche settimana fa, nei luoghi terremotati come Amatrice, Camerino o in Umbria. Sfida è continuare a salvaguardare le cose fatte. Viviamo un momento difficile, in cui non è semplice continuare a fare le cose che abbiamo sempre fatto, questo vale per tutti.

 

15 settembre 2017

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