Porte aperte

«Aprire una porta» è poter entrare nello spazio dell’altro e lasciar entrare, perché l’amore ha a che fare con il lasciare spazio. E per amare occorre coraggio. Forza

«Non c’era posto nell’albergo per la mamma del Dio bambino, del Dio piccolino del Dio poveretto. L’albergo era chiuso. E da quel giorno gli uomini hanno compreso che dietro le porte chiuse il Signore attende di essere accolto. E colui che vuole lasciare la sua porta aperta potrà riceverlo sotto l’umile sacramento dei volti degli uomini, i volti lavati di lacrime, i volti sporchi, sotto l’umile sacramento di chi è senza grazia. Chi sa costruire agli incroci del mondo, alberghi senza registri e senza prezzi, vede l’estraneo (étranger) diventare fratello e il Verbo farsi carne e abitare in mezzo a noi» (M. Delbrêl, Umorismo nell’amore).

In questi giorni tutti custodiamo nel cuore i gesti che abbiamo visto compiere da Papa Francesco nell’apertura del Giubileo della Misericordia, spingendo con leggerezza le braccia sulla porta prima della Cattedrale di Bangui e poi con forza su quella di San Pietro in Vaticano. Due porte differenti che ci insegnano la semplicità e il coraggio dell’incontro con il Signore, la facilità dell’amore e la sua fermezza. «Se siamo innamorati di Gesù, dobbiamo essere coraggiosi: abbassare le montagne dell’orgoglio e della rivalità, riempire i burroni scavati dall’indifferenza e dall’apatia, raddrizzare i sentieri delle nostre pigrizie e dei compromessi» (Francesco, Angelus, 6 dicembre 2015).

L’invito di Giovanni il Battista interpella tutti gli uomini, ogni credente e ciascuno di noi che viviamo la nostra consacrazione come segno per tutti: la bellezza e la lotta delle esigenze del Vangelo. Cristo è la porta dietro la quale è possibile incontrare la Misericordia di Dio, la passione e la compassione di Dio, della Trinità. «Aprire una porta» è poter entrare nello spazio dell’altro e lasciar entrare, perché l’amore ha a che fare con il lasciare spazio.

Tante sono le porte che si aprono nella nostra giornata: la porta della stanza, quella della cappella, quella del chiostro, quella di casa, la porta della stanza di una sorella, di un fratello, la porta del confessionale o quella dei vicini, dei parenti, degli amici. Tante volte lo facciamo per abitudine – come accade a tutti gli uomini – ma ci accorgiamo di tutta la sua bellezza quando attraversare la soglia diventa un modo di godere della Misericordia.

Tante porte rimangono chiuse. Per abitudine o perché nel corso degli anni e della vita insieme i cardini si sono arrugginiti attraverso i non detti, i rancori, l’indifferenza, i compromessi. Nella vita ne facciamo esperienza. Per amare occorre coraggio, forza, è necessario insistere, spingere con energia le nostre porte chiuse nella certezza che al di là è possibile incontrare Colui che chiede di essere accolto. Imparando da Lui anche noi siamo chiamati ad essere porta: «Volto splendente della Sua infinita misericordia, rifugio sicuro per tutti i peccatori, bisognosi del perdono e della pace, della verità che libera e salva».

«È questa la porta del Signore». Non tutte le porte sono uguali, non tutte conducono alla salvezza. C’è una porta che è quella del Signore, ce ne sono altre che non sono sue, tocca imparare a riconoscerle per camminare attraverso le logiche che fanno parte del Regno di Dio, per percorrere i sentieri che hanno il profumo del Cristo.

La Porta Santa è nascosta dietro un muro perché così è anche il Regno di Dio, come un tesoro nascosto in un campo, una perla preziosa da andare a cercare. La terra d’Africa ha spesso bisogno di essere scavata per trovare i pozzi che nelle sue zone deserte possano attirare la gente per bere e così è anche la terra d’Europa. A noi mettersi al lavoro per individuare pozzi dai quali possa sgorgare con nuova freschezza l’acqua viva di Dio, costruire alberghi nuovi nei quali vedere gli estranei diventare fratelli.

11 dicembre 2015

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