“Sabbie bianche”, il disincanto post-Novecento di Dyer

Nella raccolta di saggi e reportage, lo scrittore registra lo squilibrio tra la nostra finitudine e la superiore potenza della storia. Con raffinata inconcludenza tematica

Geoff Dyer, inglese trapiantato a Los Angeles, è il classico scrittore del disincanto post-novecentesco: i suoi libri sono ritagli dell’esperienza, silhouette narrative, controfagotti ironici nei confronti di qualsiasi pretesa onnicomprensiva. Non a caso esordì nel 1986 con un testo su John Berger, l’eclettico artista britannico scomparso all’inizio di quest’anno a Parigi. Tale sensibilità emerge con spiccata evidenza in Sabbie bianche (Il Saggiatore, pp. 214, traduzione di Katia Bagnoli, 20 euro), raccolta di saggi e reportage, intervallati da brevi corsivi con funzioni di collegamento strutturale, di raffinata inconcludenza tematica, nei quali il canovaccio del viaggio annunciato, e poi realizzato insieme alla moglie Jessica, si trasforma in men che non si dica nel referto di una passione frantumata, di una conoscenza fallita, di un programma mai davvero portato a termine, senza tuttavia lasciare sul campo della scrittura nemmeno il sentore dello sperimentalismo letterario, del tecnicismo fine a se stesso. Si passa da certi pomeriggi spossanti trascorsi nella Città Proibita al diario tragicomico polinesiano sulle tracce di Gauguin, dalle lunghe perlustrazioni alla ricerca delle tempeste di fulmini agli attraversamenti dei deserti americani nello Utah. Che l’obiettivo da raggiungere siano le notti boreali, le fantastiche sabbie bianche del Nuovo Messico, i luoghi californiani dove i grandi intellettuali tedeschi si trasferirono prima della seconda guerra mondiale per sfuggire al nazismo, Geoff Dyer lascia sempre gli ingranaggi scoperti: a lui più che raffigurare lo spazio interessa cogliere il trascorrere del tempo e soprattutto il momento in cui la presenza umana entra in rapporto con queste due dimensioni.

Lo scrittore registra lo squilibrio tra la nostra finitudine e la superiore potenza della storia. Un giorno, durante una passeggiata nell’atollo oceanico di Atuona, scopre un campo di calcio e prova a immaginare cosa potrebbe accadere fra cento e mille anni quando la giungla avrà invaso le strutture sportive e qualche archeologo del futuro ritroverà le reti scomparse, le lineee sbiadite e i pali della porta pensandoli «come altari davanti ai quali la gente si prostrava e nel cui nome erano stati fatti sacrifici eroici: vestigia di una specie di delirio, di una fede ingenua e bizzarra». In questo smagato sentimento di scacco, senza possibilità di riscatto, torna come un fantasma la memoria di David Herbet Lawrence, riferimento obbligato per molti pellegrini contemporanei, i cui giri intorno al mondo restano incisi come profili di medaglie insabbiate dentro numerosi suoi romanzi. Con la differenza che oggi il vitalismo del grande scrittore di Eastwood non è più in grado di illuminare il futuro, ma soltanto il passato.

Geoff Dyer, nell’ultimo capitolo di Sabbie bianche, racconta l’attacco ischemico da lui subito in America. Una cronaca di notevole lucidità stilistica e ammirevole forza espressiva, tra il pronto soccorso iniziale e l’immediato ricovero ospedaliero, che dà senso alle pagine precedenti, come se lo scrittore, dopo aver corso il rischio capitale, avesse affidato alla propria capacità rappresentativa il rovesciamento della clessidra.

12 giugno 2017

geoff dyerkatia bagnolisabbie bianche