Tutti invitati alla festa di Mario Biondi

L’artista più soul della musica italiana in scena all’Auditorium Parco della Musica il 24 aprile, per celebrare carriera e musica

Sono passati già 10 anni da quando le corde del contrabbasso pizzicate da Pietro Ciancaglini, con un ritmo sempre più incalzante, cedevano il passo alla voce più soul – tutt’ora – della musica italiana, quella di Mario Biondi. Il brano era “This is what you are”, scritto e interpretato da Biondi; la band che accompagnava questa nuova proposta era quella degli Hive five Quintet e insieme hanno dato vita a qualcosa di nuovo e allo stesso tempo già sentito. Quella voce calda e pastosa che arrivava alle nostre orecchie ricordava una delle più belle voci black di sempre, Barry White. Ma Mario Biondi era uno stiloso catanese dai tratti normanni, che oggi, oltre a quella voce potente, ha conservato l’umiltà di chi, nonostante i successi, agli eccessi preferisce le manifestazioni d’affetto dei suoi otto figli. In queste settimane è impegnato nella prima parte del tour “Best of soul” che si concluderà il 24 aprile al Parco Della Musica di Roma e proseguirà poi in estate, a grande richiesta, dopo alcuni live all’estero, in giro per l’Europa. Una serie di concerti per celebrare i 10 anni di carriera, accompagnato sul palco da una band d’eccezione composta da: Serena Brancale e Serena Carman ai cori, Alessandro Lugli alla batteria, Federico Malaman al basso, Massimo Greco alle tastiere e programmazione, David Florio alle chitarre, percussioni e flauto, Marco Scipione al sax, Fabio Buonarota alla tromba e Moris Pradella alle chitarre, percussioni, piano e cori.

Al centro del tour il doppio album “Best Of Soul” (Sony Music Italy), uscito lo scorso novembre, che rappresenta un percorso musicale attraverso la carriera di Mario Biondi con 22 brani, tra cui 7 nuovi, che rendono omaggio non solo alla sua carriera, ma, come si evince dal titolo, a tutto il genere musicale di cui l’artista catanese è degno rappresentante italiano nel mondo. Un lungo racconto musicale quindi, che Mario Biondi snocciola durante questo tour lanciato come una vera e propria festa celebrativa, in un tripudio di richiami alla dance anni Settanta, alternate a contaminazioni jazz, echi di bossa nova e, naturalmente, soul. Il primo estratto, Do you feel like I feel, scritto da Nicola Conte, reinterpretazione di Biondi della canzone già incisa da Gregory Porter per l’album “Love & Revolution” dello stesso Nicola Conte, pezzo dalle orchestrazioni suggestive tipiche dell’epoca d’oro del soul, ha già conquistato le radio ma vale la pena ascoltare anche gli altri brani, come The Mystery of Man, un successo di Sarah Vaughan reinterpretato in stile groovy, Chilly girl, con le sue sonorità esotiche, You are my queen, che ricorda ritmicamente il suo primo sucesso, Stay with me, un chiaro omaggio agli anni ’70 e al Philly Soul, I will never stop loving you, con un arrangiamento brazilian jazz, Never stop dreaming, disponibile esclusivamente in digitale, che recupera certa atmosfere care a Quincy Jones. Il brano più caro all’artista è Gratitude, scritto da Jeff Cascaro e Robin Meloy Goldsby e dedicato al suo pubblico per averlo seguito in questi dieci anni. Ma Best of Soul è anche l’occasione per riascoltare tutti i suoi classici, uno dietro l’altro, da quello rivelatore This is what you are a Be Lonely, dallo scoppiettante Shine on alle più recenti Love is a temple e Nightshift. Successi che hanno permesso all’artista catanese di fregiarsi di ben 6 dischi di platino e svariati d’oro, senza contare il pluripremiato MarioChristmas diventato un classico natalizio. L’abbiamo intervistato prima del suo arrivo nella capitale per parlare di musica e non solo.

Come sta andando questa festa?
Sta andando molto bene, certo come tutte le feste dove hai tanti invitati è impegnativo. Soprattutto quando hai in scaletta 30 brani. Vasco Rossi tiene tutt’oggi concerti di 4 ore, il mio ne dura solo 2, in confronto sono ancora un principiante!

Che cosa rappresenta per te la musica soul?
Rappresenta il mio modo di essere, la mia stessa essenza, la mia storia. Non ho pretese di paragonarmi agli artisti americani. Per è un modo di esprimermi, un linguaggio, un’attitudine, un atteggiamento di vita, non solo uno stile di musica.

Dopo Roma, qualche data europea e poi il tour estivo. Quale pubblico risponde meglio al soul?
Ti dirò, non c’è effettivamente un pubblico solo. Sicuramente ho un pubblico molto ricercato, che ha un’anima, un certo tipo di gusto. In ogni Paese che vai cambia la visione della musica da parte del pubblico, ma ogni posto regala un’emozione diversa.

Gratitudine per chi?
Devo gratitudine a tante persone: a mio padre e a tutti quelli che hanno creduto in me, anche gli inizi della carriera, ormai trentennale. Quando agli inizi andavo a fare concerti a Lampedusa, o mi è capitato a Vienna, mi si avvicinava gente che mi chiedeva cosa ci facessi lì, perché meritavo palchi importanti. Questo affetto e questa stima mi hanno incoraggiato ad andare avanti. Il brano “Gratitude” è dedicato ai miei fans, con cui ho un rapporto diretto, racconto sempre tante cose dal palco, sono lineare, e so che loro apprezzano.

Otto figli, dai 20 anni in giù. Come si vive a casa Biondi, quando ci sei e non?
Quando ci sono cerchiamo di fare cose normali, andare al cinema, a prendere una pizza. Certo, ho una famiglia impegnativa, un po’ come sul palco, con la formazione composta da dieci elementi. A casa siamo dieci o tredici, compresa la nonna, fidanzati. Per casa girano diversi strumenti, un pianoforte, una tromba, un sax, uno shaker, una fisarmonica, una diamonica d’epoca. Sono sparsi qua e là, in modo che chiunque possa sperimentarli. Quello che fino ad ora dimostra più talento è Rey, 8 anni, suona di tutto e dice che vuole fare il chitarrista. Anche le ragazze, la grande e la terza, amano la musica, cantano bene. Da qui a dire che ne faranno una professione non saprei e adesso non mi interessa più di tanto. Sono contento che seguano le loro inclinazioni. La musica è un’arte nobile, fa bene all’anima.

Sappiamo che vivi in una dimora restaurata del ‘600 in campagna alle porte di Parma e al pian terreno c’è una cappella. Sei credente?
Sono credente e, confesso, non molto praticante. Credere fa parte della nostra cultura ma ultimamente sembrano appassionare altre religioni, altre filosofie. Cose che magari, concettualmente, sono anche vicine alla nostra. Mi ricordo che mia nonna recitava sempre il rosario, oggi va di moda ripetere i mantra, ma, appunto, credo sia una moda. Credo che se non ci facessimo condizionare dalle mode, ci sarebbero anche più vocazioni.

12 aprile 2017

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