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Avati, il nuovo film sulla paternità: c’è anche Sharon Stone

Tra i protagonisti Sharon Stone e Riccardo Scamarcio. Il copione lavora sul tema del fallimento, sul rimpianto e sulla nostalgia delle occasioni mancate. Ma dice anche molto sul versante del perdono

 

A partire dall’esordio nel 1968 con Balsamus, Pupi Avati ha girato 39 film per il grande schermo. In quest’ultimo titolo, Un ragazzo d’oro, da questo fine settimana nelle sale, torna in primo piano, in modo diretto e incisivo, uno dei temi che più lo hanno coinvolto negli anni passati: il rapporto padre/figlio. La storia prende il via a Milano, dove il giovane Davide Bias lavora in un’agenzia di pubblicità e sogna, senza fortuna, di fare lo scrittore. Da tempo ha rotto i rapporti con il padre Michele, prolifico sceneggiatore di film di serie B. Quando improvvisa arriva la notizia della morte dell’uomo in un incidente d’auto, Davide torna a Roma e, al funerale, viene avvicinato da Ludovica, un’americana decisa a pubblicare un libro che, secondo lei, Michele stava scrivendo.

Da questo momento per Davide tutto cambia. Dice Avati: «È vero, affronto in modo ostinato la figura del padre, forse perché il mio vero padre è morto quando avevo 12 anni, mio fratello 3 e mia sorella 8 (…). Crescendo quella figura mi si è proposta come sempre più necessaria fino a farmi costruire oggi uno dei figli più belli che si possano immaginare, uno che dona la propria salute mentale per il ricordo del padre». Così realtà e finzione si intrecciano in un doppio incontro, quello dell’eco autobiografica della storia e quello del cinema, il «mestiere» di fare cinema come specchio di se stessi, dei propri fantasmi e delle proprie aspirazioni.

Il copione lavora in profondità sul tema del fallimento, sul rimpianto e sulla nostalgia delle occasioni mancate. Ma dice anche molto sul versante del perdono, del sacrificio, della capacità di restare esseri umani sempre pronti alla comprensione. Alcune piccole sbavature non tolgono la bella sensazione che anche stavolta entrare nel cinema di Avati è come abitare uno spazio caldo, misurato, denso di affetti e sentimenti, mai urlato, mai gridato, mai sguaiato, eppure calato nella nostra contemporaneità. Come visitare ancora una volta un vecchio amico che ti intrattiene con amabilità e sincerità.

Se nel ruolo di Davide c’è Riccardo Scamarcio, affidabile attore della più recente generazione italiana, non si può non fare un cenno alla presenza di Sharon Stone in quello di Ludovica. Un diva americana, scelta da Avati perché volto riconoscibile in tutto il mondo, capricciosa come tutti i divi e che ha permesso (dice Avati) di mettere a confronto la rigorosa professionalità hollywoodiana con il taglio artigianale, talvolta poco competitivo di quello italiano. Il cinema, del resto, è arte e commercio, e non lo si scopre ora.

22 settembre 2014