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“Barriere”, l’America anni ’50 di Denzel Washington

Due nomination agli Oscar, la pellicola diretta e interpretata dall’attore restituisce l’affresco politico e culturale degli Usa dell’epoca

Due nomination agli Oscar, la pellicola diretta e interpretata dall’attore restituisce l’affresco politico e culturale degli Usa, 10 anni dopo la seconda guerra mondiale

Agli Oscar 2017 con due nomination – miglior attore e migliore attrice – anche “Barriere”, diretto da Denzel Washington e da lui interpretato insieme a Viola Davis. Siamo a Pittsburgh, Stati Uniti, anni Cinquanta del secolo scorso. Troy è un netturbino sposato con Rose; la coppia ha due figli, Cory e Lyons. Troy conduce la sua esistenza in maniera ritirata, proteggendosi dal ricordo di un passato giovanile in cui si è messo in gioco nello sport col sogno di diventare un campione di baseball. La quotidianità vacilla quando il figlio Cory gli rivela il desiderio di voler abbandonare il lavoro per inseguire il sogno di affermarsi nel baseball.

Denzel Washington è oggi tra i più importanti esponenti del cinema americano, attore prima e poi anche regista, al pari di Clint Eastwood e di Mel Gibson. Qui, muovendosi sulla base del testo scritto da August Wilson, Premio Pulitzer, affronta il contesto socioculturale di una famiglia afroamericana nell’America dei ’50, un Paese ancora incapace di offrire uguaglianza e parità di diritti ai cittadini. Troy conduce la propria esistenza in modo tranquillo, senza sporcarsi con la vita. Realizzata con splendida intuizione come una vicenda reale vissuta tra le quinte di un quartiere urbano isolato (le barriere appunto), la storia nei momenti forti del climax drammatico tocca anche le note della misericordia, alternando lo sguardo della esuberanza virile e istrionica di Troy con quello sulla dolorosa parabola di Rose, donna indifesa e sacrificata alla fedeltà al marito. La sua rivincita è nell’accogliere la figlia che Troy ha avuto da un’altra donna, di crescerla nella sua casa, non trovando però il coraggio di perdonare il marito.

Pur palesemente ispirata, senza nasconderlo, al copione teatrale omonimo (tra l’altro messo in scena a Broadway nel 2010 dagli stessi Washington e Davis con una interpretazione che ha fatto vincere ad entrambi il Tony Award, massimo riconoscimento teatrale), la realizzazione conserva un asciutto realismo, grazie allo stile narrativo dell’attore–regista che restituisce con scrupolosa attenzione l’affresco politico e culturale statunitense del decennio successivo alla seconda guerra mondiale. Una regia robusta e salda, in grado di costeggiare il melò, senza tuttavia restarne prigioniero.

In una battuta del copione, Rose/Viola Davis dice: «Confronta le parti oscure di te stesso, e lavora per bandirle con l’illuminazione e il perdono. La tua volontà di lottare con i tuoi demoni farà cantare gli angeli. Usa il dolore come un carburante, come ricordo della tua forza». Film quindi dai molti spunti attuali, da vedere con attenzione anche nell’ottica del sempre stimolante rapporto tra cinema e teatro.

27 febbraio 2017