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Beppe Carletti, tra “Nomadi Dentro” e viaggi che cambiano la vita

A pochi giorni dal concerto del 27 gennaio all’Auditorium Parco della Musica, il fondatore della band più longeva della musica italiana “racconta” il nuovo tour e il nuovo album

I Nomadi come i Rolling Stone. Non per via delle chitarrate rock a suon di linguacce ma per il primato di gruppo più longevo. Sono passati 54 anni ma loro sono ancora lì: 90 concerti all’anno in tutta la Penisola con una media annuale di un milione di spettatori che comprende un variegato “popolo nomade” fatto di bambini, genitori e nonni. Rieccoli ora con un nuovo progetto, “Nomadi Dentro”, titolo del nuovo tour e del nuovo album, uscito a tre anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio, che contiene, tra gli altri, un brano firmato da Alberto Salerno (“Terra di Nessuno”) e uno da Francesco Guccini (“Nomadi”). Il nuovo lavoro è stato anticipato dal singolo “Decadanza” – primo brano inedito dei Nomadi cantato da Yuri Cilloni, nuova voce della band, insieme a Massimo Vecchi – e dal nuovo “Ti porto a vivere”, in questi giorni in rotazione in radio, in cui ritroviamo l’essenza dei Nomadi, con tutta la bellezza, la curiosità, la meraviglia che ogni viaggio, fisico o immaginario, porta con sé.

Dal 12 gennaio è partito il tour che li porterà il 27 alla Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma: occasione per ascoltare i nuovi brani ma anche alcuni dei tantissimi successi che in più di 50 anni di carriera si fa fatica a contenere in un solo concerto. E oggi i Nomadi, che nell’attuale formazione sono rappresentati da Beppe Carletti alle tastiere, Cico Falzone alle chitarre, Daniele Campani alla batteria, Massimo Vecchi al basso e voce, Sergio Reggioli al violino, percussioni e Yuri Cilloni la nuova voce, non sono solo la nostra band più longeva. Sono anche quelli che più di altri rappresentano una vera e sana passione per la musica senza sovrastrutture, senza trucchi (anche nel senso dei cosmetici!) e senza inganni. Nomadi di sostanza, insomma, come si evince dall’intervista che ci ha concesso lo storico fondatore e anima della band Beppe Carletti, a poche ore dalla prima data del tour.

Nuovo album, nuovo tour, come ti senti?
Io sto bene. Siamo a inizio tour e siamo tutti emozionati come sempre. Proprio ieri sera abbiamo chiuso la scaletta, e abbiamo sempre il problema di scartare, sai dopo più di cinquanta anni di concerti! Stavolta ci saranno tanti brani nuovi, su dieci ne facciamo otto, ma poi ci sono anche quelli che ci hanno consolidato, come “Dio è morto”, “Io vagabondo” e “ Un pugno di sabbia”. Di solito facciamo la scaletta e poi di fianco a un titolo ne mettiamo due o tre perché possono essere alternate. Però, dai è un bel problema! Pensa a chi ha il problema opposto, che ha solo otto brani e non sa come riempire un concerto!

Chi sono i “Nomadi dentro”, oggi?
Sono Nomadi più che mai. Siamo frutto dell’esperienza accumulata in questi anni, del confronto con le persone incontrate. Abbiamo un modo di essere e di fare riconoscibile, abbiamo una storia, veniamo da lontano. Non siamo cambiati negli anni, anche se abbiamo cambiato qualche componente, ma chi è subentrato ad altri sapeva cosa doveva fare e dove dovevamo andare, non ha avuto bisogno del manuale di comportamento. Quindi questo titolo e naturalmente le canzoni, ci rappresentano molto.

Infatti, voi siete ancora la dimostrazione che si può cantare altro oltre l’amore.
Noi siamo sempre stati la riprova che si può cantare tutto! Se si ascolta bene il nuovo album, ci si accorge che la parola amore non c’è in nessun testo. Certo, si parla anche di sentimenti, come in “Ti porto a vivere”, ma nel video, che è molto bello, quasi commovente, raccontiamo la storia di un bambino con il genitore.

Nel nuovo album c’è la firma di Guccini, ma c’è anche una nuova voce, un caso o il desiderio di fare sintesi tra passato e futuro?
Ehehe (ride), è un caso. Anzi, le cose non succedono mai per caso. Avevamo questa canzone di Francesco nel cassetto da quattro anni ma non ci sembrava mai il momento giusto. Francesco non scrive più, quindi ci ha fatto un bel regalo, forse per l’amicizia e la stima che ci lega da oltre cinquanta anni. Ci conosciamo dal ’66 e so che anche lui parla bene di noi nelle interviste! La canzone “Nomadi” parla di noi, di quello che siamo stati, che siamo e con un occhio al futuro, ma con lui diventa tutto poesia.

Ritroviamo anche la firma di Alberto Salerno, autore di “Io vagabondo”, con “Terra di nessuno”. Ma oggi è più difficile fare canzoni che durino 50 anni?
Anche questo è un testo che avevamo da tre anni e Alberto si incavolava che ancora non l’avevamo inciso. Ma per tutte le cose ci vuole sempre il momento giusto, come dicono i corridori, “bisogna lasciare che ti venga incontro la salita”. C’è un tempo per ogni cosa e un tempo che non torna più. Oggi direi che è quasi impossibile fare canzoni che durino cinquanta anni. È cambiato tutto, soprattutto da parte di chi ascolta. Adesso è tutto usa e getta, la predisposizione ad ascoltare un brano è molto diversa. Oggi cuffiette e via, prima c’era un rito intorno all’ascolto. Adesso vanno di moda i rapper, che magari fanno anche testi impegnati ma nessuno se ne accorge, sembra tutto quasi un gioco. Sia chiaro, non mi permetterei mai di criticare ma oggettivamente il rap non fa parte della nostra cultura e non è un caso se quando vai all’estero senti ancora Pausini, Ramazzotti e Bocelli e non i rapper italiani! E purtroppo la nostra musica non esce più dall’Italia, se non qualche rara eccezione, e questa non è una cosa positiva. Io non dico che i nostri brani sono più belli ma almeno ci proviamo a portare dei valori.

Nelle canzoni ricorre il tema viaggio, che racchiude un po’ l’essenza dei Nomadi: cosa significa per voi?
Il viaggio è importante, mica ci chiamiamo Nomadi per caso! Come dice anche il nuovo singolo, parte dalla mente, permette di aprirti al mondo. Se stai sempre seduto a casa o a bere al bar non ti accorgi di quello che accade. Ho avuto la fortuna di viaggiare, di conoscere da vicino tante realtà totalmente diverse, che magari si vedono solo in tv. Se ci pensi bene, è incredibile quanto un viaggio ti possa cambiare. Tra i viaggi che mi hanno segnato di più, forse il più emozionante è stato quello in Perù, dove siamo stati con padre Ugo De Censi (fondatore dell’Operazione Mato Grosso, ndr), per inaugurare una scuola che abbiamo contribuito a costruire. Ricordo soprattutto i chilometri a piedi che abbiamo fatto! A un certo punto, come in un film di Bertolucci, ci siamo ritrovati in un’immensa vallata dove non c’era niente e nessuno e ci sembrava di non arrivare mai. Ma ecco che vediamo scendere dall’alto dei bambini che ci sono venuti incontro per portarci alla loro nuova scuola, cantandoci delle canzoni. È stato molto bello! Ma ho dei bei ricordi anche della Cambogia e dell’Amazzonia, viaggi incredibili.

Sai che Papa Francesco sta per partire per Cile e Perù? Forse non è un caso questo tuo ricordo!
Non lo sapevo! Chissà se ci va lì?! Bhe, buon viaggio al Papa allora.

A proposito di Paesi disagiati, il brano “Io ci credo ancora” è un invito a non arrendersi e a non avere paura nonostante i tempi bui, tra guerra e ingiustizie. In che cosa dovremmo credere ancora?
In noi stessi prima di tutto. Io sono positivo nella vita. Le cose possono cambiare. Può sembrare un ragionamento sempliciotto ma è vero, se vuoi, puoi. Certo, le cose non cambiano dalla mattina alla sera ma se ci credi ci riesci a cambiare le cose. Tornando ai viaggi, l’ho visto con i miei occhi: in tanti Paesi la gente si è rimboccata le maniche ma ci sono anche quelli dove non cambia mai niente. È chiaro che se ti schiacciano con il piede la testa per tenerti giù non ce la fai ma perché alcuni ci riescono e altri no? Anche nel nostro Paese abbiamo passato tempi bui e ci siamo rialzati, basta volerlo.

12 gennaio 2018