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Comunicazioni sociali, Viganò: «Da Francesco uno stile disarmante»

Il prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede illustra il messaggio del Papa per la prossima Giornata mondiale, il 28 maggio

Il prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede illustra il messaggio del Papa per la prossima Giornata mondiale. «Indicare strade di speranza»

«La comunicazione di Papa Francesco è disarmante. Le sue parole, accompagnate dai gesti, sono talmente semplici e spontanee da riuscire a veicolare una notevole complessità simbolica e distillare un pensiero di grande sottigliezza e cultura. Per questo, è disarmante». Monsignor Dario Edoardo Viganò parla anche del primo film documentario che vedrà protagonista Papa Francesco, “Pope Francis. A man of his word” (“Papa Francesco. Un uomo di parola”), diretto e prodotto dal regista tedesco Wim Wenders. «Il Papa – confida – attraverso il cinema ha voluto intraprendere un nuovo sentiero per arrivare alla comunità tutta, fatta di donne e uomini di ogni fede e cultura, desideroso di rispondere alle loro domande». Seguendo la linea del messaggio per la prossima Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, «”Non temere, perché io sono con te” (Is 43,5). Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo». È su questo che si centra il nostro colloquio con il prefetto della Segreteria.

Monsignor Viganò, ci aiuta a cogliere alcune sfumature del messaggio del Papa?
Una prima sfumatura, forse la più importante, sta nel titolo. Molti riportano solo “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo”, dimenticando la frase profetica di Isaia: «Non temere, perché io sono con te» (43,5). È una citazione che non va trascurata: Isaia richiama l’azione di consolazione di Dio nei confronti del suo popolo. Come dire: aprite il cuore alla consolazione della presenza di Dio e la vostra comunicazione saprà indicare strade di speranza e di fiducia. Il «popolo di dura cervice», di cui parla la Scrittura, si è allontanato dal suo Signore, ha intrapreso i sentieri della dispersione, ha provato «l’orfanezza spirituale», come dice Papa Francesco, ha bisogno che Dio confermi la sua vicinanza. Così potrà riprendere il cammino, tornare sui passi della fedeltà all’alleanza. Anche la comunicazione, sempre più avventurata nei pertugi della violenza e dell’oscurità, sempre più alla ricerca di visibilità più che di pertinenza, ha bisogno di ritrovare consolazione. La comunicazione non è solo luogo di possibile peccato – pensiamo alla delazione, al pettegolezzo, al catastrofismo -, ma anche di vicinanza, di tenerezza. Ecco, allora, «non temere, perché io sono con te».

Ed è da questa consolazione che nasce lo «stile comunicativo aperto e creativo», quelle «narrazioni contrassegnate dalla logica della “buona notizia”» di cui parla Papa Francesco?
Certamente! Però, attenzione a non cedere alla logica buonista. Non è questo quello che raccomanda il Santo Padre. E lo dice chiaramente: «Non si tratta di promuovere una disinformazione in cui sarebbe ignorato il dramma della sofferenza, né di scadere in un ottimismo ingenuo che non si lascia toccare dallo scandalo del male». E ancora: occorre ricercare «uno stile comunicativo aperto e creativo, che non sia mai disposto a concedere al male un ruolo da protagonista, ma cerchi di mettere in luce le possibili soluzioni, ispirando un approccio propositivo e responsabile nelle persone a cui si comunica la notizia». Dunque, non si tratta di opporre a una logica della cattive notizie una logica, altrettanto forte ma di segno contrario, ovvero quella delle buone notizie. Se la prima è distante dalla realtà, la seconda la deforma. Quello del Papa, invece, è un invito a raccontare la storia fatta di luci e ombre, di peccato e grazia, muovendo sempre lo sguardo, l’intelligenza e il cuore del lettore o dello spettatore verso un orizzonte che, senza negare la drammaticità del presente, sa trovare o, almeno, intuire possibili percorsi di speranza.

Insomma, volendo riprendere un passaggio del messaggio, «tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta (la realtà), dagli “occhiali” con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa». Un’immagine, questa, alquanto efficace ed evocativa, insieme alle tante altre utilizzate dal Papa.
Il Santo Padre usa spesso immagini: sono più facilmente memorabili e aprono a una molteplicità di riflessioni. Da questo punto di vista, Francesco non solo si dimostra perfetto storyteller ma annulla la distanza tra vita e rappresentazione, avvicinando gli interlocutori al suo mondo simbolico qualunque sia la loro provenienza e la loro estrazione. Perciò, arriva al cuore di tutti: è capace di squarciare il velo di distanza tra le persone, credenti e non, e di mettersi sulla soglia, in dialogo. I discorsi del Papa sono comunicativamente efficaci non solo perché semplici e inequivocabili ma anche perché, come afferma nell’Evangelii gaudium (15), ogni suo atto comunicativo ha radici nella volontà e nel desiderio di trasmettere, quindi di narrare, la realtà attraverso la gioia del Vangelo. Le immagini, allora, diventano ancora più efficaci.

«La speranza – scrive il Papa nel messaggio – è la più umile delle virtù, perché rimane nascosta nelle pieghe della vita, ma è simile al lievito che fa fermentare tutta la pasta».
Alla speranza cristiana il Papa sta dedicando le catechesi del mercoledì. Spiegando il senso di questo percorso, così affermava il 7 dicembre 2016: «La speranza cristiana è molto importante, perché la speranza non delude. L’ottimismo delude, la speranza no! Ne abbiamo tanto bisogno, in questi tempi che appaiono oscuri, in cui a volte ci sentiamo smarriti davanti al male e alla violenza che ci circondano, davanti al dolore di tanti nostri fratelli. Ci vuole la speranza!». Anche nella comunicazione ci vuole la speranza! (Vincenzo Corrado)

26 maggio 2017