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Corridoi umanitari, profughi: «A Trump vogliamo dire che non siamo terroristi»

Arrivati a Fiumicino 41 siriani. Impagliazzo: «I muri non sono mai serviti. Costruiamo ponti». Il criterio: la vulnerabilità. Negro: «No ai viaggi della morte»

Arrivati a Fiumicino 41 siriani. Impagliazzo: «I muri non sono mai serviti. Costruiamo ponti». Il criterio decisivo: la vulnerabilità. Negro: «No ai viaggi della morte»

«Voglio inviare un messaggio a Trump. Siamo tutti fuggiti da una guerra. Non siamo terroristi e chiudere le porte non è la soluzione per fermare il terrorismo». Nour Essa, 31 anni, siriana di Damasco arrivata in Italia da Lesbo in aereo con Papa Francesco e oggi in procinto di iniziare a lavorare come biologa al Bambino Gesù, è a Fiumicino per accogliere le 41 persone arrivate dalla Siria grazie al progetto dei corridoi umanitari promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese evangeliche e dalla Tavola Valdese. Mentre gli Usa di Trump chiudono le frontiere anche ai profughi di guerra, ieri, lunedì 30 gennaio, sono arrivati in Italia, legalmente e in modo assolutamente sicuro, uomini, donne e bambini siriani di Aleppo, Homs e Damasco, arrivati dal Libano. Con loro arriva a 540 il numero di persone arrivate nel nostro Paese dall’inizio del progetto, avviato il 15 dicembre 2015 dopo la firma di un accordo con i ministeri degli Esteri e dell’Interno. Il piano prevede mille arrivi entro il 2017.

«I muri, mai. Non sono mai serviti e soprattutto chi ha costruito i muri ne ha pagato le conseguenze. Quindi noi costruiamo ponti, che è meglio». Questo il commento di Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, anche lui a Fiumicino per accogliere i profughi. «Sono cristiani e sono musulmani e soprattutto un terzo di loro sono bambini. Il criterio della vulnerabilità è quello decisivo che abbiamo scelto per accogliere queste persone – le parole di Impagliazzo -. C’è ancora tanta sofferenza a causa della guerra e non possiamo mai chiudere né le frontiere né il cuore davanti a queste situazioni». Riguardo alle primissime decisioni prese dal neo presidente Usa Donald Trump, il presidente di Sant’Egidio commenta ancora: «Per noi europei non sono in linea con la nostra tradizione. Gli Stati Uniti d’America prendono le loro decisioni. L’Europa continua a credere nel diritto e nella solidarietà». Quindi, sul pericolo che le politiche anti-immigrazioni possano sedurre i Paesi europei, risponde: «Credo che l’Europa abbia i suoi valori, è stata fondata a partire dal diritto e dalla solidarietà. Sono questi i valori che ci devono guidare, perché è una strada che ha mostrato in questi anni quell’umanità di cui c’è bisogno. L’unica cosa in più che deve fare l’Europa è impegnarsi con più forza per la pace nel mondo».

Dello stesso parere anche il pastore Luca Negro, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, che ricorda la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani appena trascorsa. «Il motto era “L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione” – dice -. Ci spinge quindi verso l’accoglienza, verso l’apertura e il dialogo. Su questo abbiamo pregato, ma stiamo anche agendo. Continueremo a pregare e ad agire perché in Europa non si costruiscano muri ma ponti». Ancora, osserva come quello arrivato sia il sesto gruppo raggiunto tramite il progetto dei corridoi, che «oggi lancia un messaggio chiaro all’Europa e al mondo: “No ai viaggi della morte, sui barconi nel Mediterraneo, sotto i tir. Sì a un viaggio che possa essere fatto in tutta sicurezza. Sicurezza non solo per chi cerca rifugio ma anche per chi riceve”». La speranza è «che questo modello che si pone come l’unica alternativa possibile ai viaggi della morte sia replicabile altrove». E a questo proposito, il pastore plaude alla decisione presa dalla Conferenza episcopale italiana di promuovere i corridoi umanitari così come all’iniziativa che presto partirà anche in Francia, grazie alla Comunità di Sant’Egidio, alla Federazione protestante e alla Conferenza episcopale francese.

Fra i profughi arrivati a Fiumicino c’è anche Fatima, originaria di Homs. Scappata dalla Siria, si è ritrovata in Libano in un campo profughi senza documenti. Ad Homs ha lasciato la madre e il fratello con cui da tre mesi ha perso contatto. Le si avvicina una giornalista americana per esprimere la sua solidarietà e a lei Fatima dice: «Le barriere non vanno bene, non servono. Tutti, musulmani e cristiani, tutti possiamo vivere insieme e insieme aspirare a un mondo di pace». Kinana, arrivata con quattro figli, esprime tutta la sua gratitudine per il progetto che l’ha portata qui: «Sono contenta soprattutto per i miei figli, che finalmente possono vivere il loro futuro e il sogno di tornare a scuola e studiare».

31 gennaio 2017