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Dare un futuro ai piccoli esuli di umanità violata

La fotografia della realtà dei minori stranieri non accompagnati scattata da Eraldo Affinati, che insegna loro italiano alla Penny Wirton

La fotografia della realtà dei minori stranieri non accompagnati scattata dal punto di osservazione privilegiato di Eraldo Affinati, che insegna loro italiano alla Penny Wirton

Li guardo, questi ragazzi africani, mentre partecipano agli spettacoli organizzati nello storico centro del Tata Giovanni di Roma, davanti alle Mura Ardeatine, dove operò fra gli altri don Luigino di Liegro, e penso che ognuno di loro incarni un principio di umanità violato. A sedici anni hanno visto l’inferno: abbandoni familiari, traversate nel deserto, guerre, stupri, naufragi, mancanza di affetto, scuola e giochi. Rappresentano la povertà educativa fatta persona. Eppure adesso eccoli lì, di fronte noi, che leggono poesie, danzano, suonano, c’intrattengono. Potrebbero sembrare adolescenti come tutti gli altri. Non è così: basta stargli vicino qualche ora per decifrare nell’allegria la malinconia, nel vitalismo la disperazione, nell’inquietudine l’angoscia. Lo sanno bene gli operatori professionali e i tanti volontari che prestano la loro attività gratuitamente nelle stanze dove vivono questi pinocchietti neri ricevendo in cambio un patrimonio inestimabile di emozioni, esperienze, energie fantastiche in grado di cambiare, in meglio, la loro percezione del mondo.

Fino a pochi mesi fa nella nostra città i minori ospiti delle strutture della Caritas, dirette da monsignor Enrico Feroci, erano in grande prevalenza egiziani partiti dal Delta del Nilo in cerca di fortuna. Ne ho conosciuti tanti alla Penny Wirton, dove insegniamo l’italiano in un rapporto uno a uno, senza classi, senza voti e senza burocrazie. E, dico la verità, mi sono rimasti nel cuore: vivaci, sbrigliati, a volte difficili da gestire, indimenticabili. Ciao Mohamed. Cosa starai facendo? Vendi fiori sulla Laurentina? Cuoci il pane a Tor Pignattara? Servi la pizza al Tiburtino? Ora invece sono soprattutto eritrei. Partono dalle campagne di Asmara sfruttando i valichi aperti che l’Etiopia, nemico storico, offre loro, anche per sottrarli al reclutamento militare, entrano in Sudan e penetrano in Libia da dove, salvati dalle navi delle ong, raggiungono l’Italia, l’antico Paese coloniale. Fiumi di giovani tigrini attraversano il Sahara, sfruttati dai trafficanti, i quali non esitano a torturarli se non ottengono i soldi della tratta, rischiano la vita e approdano in questi centri.

Fra di loro ci sono molte ragazze ed è una novità vederle in mezzo a noi. Da tanti anni ho a che fare coi migranti e, anche per me, è la prima volta. Si avvicinano con gentilezza offrendoci dal piattino il pane injera con farina speziata. Sfoggiano un sorriso disarmante: piccole, graziose, gentili. Che ne sarà di loro? Dove andranno? Cosa faranno? La parola magica è “Relocation”, un programma speciale gestito dal Dipartimento delle Politiche sociali, in attuazione di una norma europea, in parziale deroga alla famigerata convenzione di Dublino, grazie al quale questi minori potrebbero essere trasferiti in Germania, Benelux e Austria, i luoghi dove vorrebbero arrivare per trovare lavoro, benessere, protezione sociale.

Su diciotto di loro, pochi finora ne hanno potuto usufruire, ma la speranza di stabilirsi nel Nord Europa, come mi conferma Nadio La Gamba, coordinatore dei Centri di pronto intervento minori, resta molto alta. Lo scorso anno sono sbarcati sulle coste italiane quasi ventiseimila minori, più del doppio rispetto al passato. Circa la metà è scomparsa nel nulla. Ora si spera che la nuova legge appena approvata per proteggerli in modo efficace possa cambiare le cose. Il vero problema è dare un futuro a questi piccoli esuli. Evitare che si disperdano nell’aria come la schiuma dell’onda in tempesta quando batte contro lo scoglio.

17 luglio 2017