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Don Panfili ai consacrati di Roma: «Non vedo l’ora di essere “contagiato”»

Il nuovo vicario episcopale scrive ai religiosi della Capitale, all’inizio del suo mandato. «Ricevendo l’incarico mi sono sentito piccolo. Ho pregato e la luce è arrivata»

«Quando monsignor Angelo De Donatis, vicario generale di Sua Santità, mi ha chiesto di fare questo servizio sono rimasto senza parole. Lasciare la parrocchia e impegnarmi in una cosa così grande mi ha messo in crisi». Inizia così la lettera che all’inizio del suo mandato il nuovo vicario episcopale per vita consacrata don Antonio Panfili indirizza ai consacrati e alle consacrate di Roma. «“Prega!” mi ha detto ed è quello che ho fatto – prosegue il racconto -. Come ognuno di voi nel momento di “svolta” della vita ho gridato: “Che cosa vuoi Signore che io faccia?” E poi piano piano la luce è arrivata».

È una lettera dal sapore quasi confidenziale, quella di don Panfili: la lettera di un padre, che ai religiosi che gli sono stati affidati confida quella «spinta interiore» avvertita dentro di sé: «Quasi una fonte profonda che cerca di zampillare all’esterno per raggiungere i fratelli, tutti i fratelli». All’inizio, racconta, «mi sono sentito piccolo piccolo. Non devo insegnare nulla a chi ha seguito Francesco, Benedetto, Ignazio, Agostino, Filippo Neri, don Bosco, Madre Teresa (e tanti altri). Sicuramente, accostando i figli e le figlie che vivono e “prolungano” la santità geniale ed eroica di tali “campioni” non posso che averne giovamento e tanto slancio per la mia santità personale. Non vedo l’ora di essere “contagiato”».

E a proposito di quella «spinta interiore», di quello zelo «che ognuno di noi conosce, e non solo nel tempo della giovinezza», il vicario episcopale prende a prestito le parole del profeta Geremia per spiegare che quel «fuoco ardente nel cuore che non posso trattenere» si accende «anche solo nel conoscere i nostri numeri: circa 30 monasteri di clausura, 25mila suore in 1150 comunità e 5mila frati in 400 comunità. Che succederebbe se fossimo tutti santi o, se almeno, ognuno desse un po’ di lustro e splendore al dono ricevuto?». Dono, prosegue, che «non abbiamo mai “meritato”» e che «forse altri hanno meritato per noi». Insomma, «se riuscissimo a “diventare davvero quello che siamo” la Chiesa di Roma sarebbe diversa, e con essa la città, la nostra città così unica e così maltrattata».

Ancora, il pensiero corre ai tanti martiri, missionari e non, «che rendono splendide come il sigillo di un diadema le nostre famiglie religiose». Guardando a loro, «credo che nessuno di noi avrebbe più il diritto di essere mediocre e tiepido». E nelle parole di don Panfili trova spazio anche un ricordo personale. «Io sono solo sacerdote diocesano – dichiara – ma avrete capito che la vita consacrata mi “vive” dentro come se fossi un “perenne novizio”, non solo perché in famiglia ho avuto una sorella di sangue di 8 anni più grande di me che si è fatta Pastorella e che mi ha “cresciuto”, ma anche perché devo confidarvi che la mia vocazione di prete è stata generata, custodita e protetta da persone come voi in clausura o nella secolarità che hanno detto “sì” allo Sposo più esigente e straordinario che esista».

In questo percorso vocazionale il vicario per la vita consacrata inserisce anche l’esperienza pastorale vissuta in parrocchia. «Se ai miei parrocchiani ho sempre detto che la nostra fede non è un insieme di comandamenti ma una persona – scrive -, a voi posso dire che la vita consacrata non è solo un triplice voto ma uno sposo da amare fino alla identificazione». Da ultimo, con la premura e la delicatezza di un padre, la richiesta di «una preghiera particolare» per monsignor Natalino Zagotto, precedente vicario episcopale per la vita consacrata, attualmente «ricoverato in ospedale per un serio problema di salute».

 

5 settembre 2017