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“Ellis Island”, le «storie di erranza» di Georges Perec tra prosa e versi

Dalla visita dello scrittore all’«Isola delle lacrime», a New York, un testo dalla grande forza rievocativa, specie per un tempo come il nostro, immerso nel fenomeno migratorio

C’è stato un tempo in cui, lo sappiamo, gli emigranti eravamo noi: all’inizio del Novecento partivamo da Napoli e attraversavamo l’Oceano Atlantico per arrivare a “Nuova Iorche” come, storpiandone il nome, chiamavamo New York, carichi di bagagli e pieni di aspettative, alla ricerca di prosperità e benessere. In numerose famiglie italiane ci sono ancora fotografie, seppure ingiallite, che lo dimostrano: padri, figli, masserizie. Bisognava trovare un lavoro e imparare la lingua, allo stesso modo in cui avviene oggi per africani e asiatici che sbarcano in Sicilia. Ecco la ragione per cui andare al museo dell’immigrazione di Ellis Island, a un tiro di schioppo dalla Statua della Libertà, dovrebbe rappresentare per ogni europeo una tappa fondamentale.

Quasi al termine della sua vita corta eppure assai prolifica, vi si recò Georges Perec (1936 – 1982), lo scrittore francese tanto amato da Italo Calvino, autore di alcuni testi davvero originali, spesso basati sul cruciverba applicato all’esistenza umana, fra i quali ricordiamo Un uomo che dorme e La vita, istruzioni per l’uso. Perec, figlio di ebrei polacchi scomparsi nella Shoah, venne adottato da una zia e sentì sempre dentro di sé come una ferita sanguinosa la perdita dei genitori. A New York, verso la fine degli anni Settanta, avrebbe dovuto girare un film insieme al regista Robert Bober. Ne ricavò invece un canto libero che inizia in prosa e finisce in versi, Ellis Island, Storie di erranza e di speranza, pubblicato già diversi anni fa e ultimamente ristampato, a cura di Maria Sebregondi, dall’editore Archinto (pp. 65, 10 euro).

Nella lettura di un testo conta molto la percezione dell’epoca in cui viene recepito: oggi, in particolare, essendo noi immersi nel fenomeno migratorio, queste pagine assumono ulteriore forza rievocativa. Basta aprire l’elenco lirico del secondo paragrafo, intitolato Descrizione di un cammino, per rendersene conto: «Cinque milioni di emigranti provenienti dall’Italia / quattro milioni di emigranti provenienti dall’Irlanda / un milione di emigranti provenienti dalla Svezia / sei milioni di emigranti provenienti dalla Germania…». La stessa mancanza delle maiuscole e della punteggiatura, come nelle prime poesie ungarettiane, conferisce al dettato, concepito per essere letto ad alta voce, una dimensione drammatica: quasi che tutte le persone giunte a quell’approdo tornassero a chiederci udienza. Spettri di un mondo perduto, vite strozzate, destini incompiuti.

Al tempo in cui Perec visitò l’Isola delle lacrime, come lui la definisce, si trattava di un luogo abbandonato: «Potrebbe essere un qualsiasi hangar / una qualsiasi officina dismessa / un qualsiasi magazzino disertato / rosicchiato dall’umidità e dalla ruggine». Restavano soltanto i nomi, talvolta storpiati, dei migranti. E ancora oggi chiunque visiti Ellis Island, resta colpito dalle iscrizioni conservate in una parete della banchina, fra le quali è facile, soprattutto per i nostri connazionali, identificare i propri dati anagrafici. Ma forse il momento più emozionante di questa plaquette arriva quando lo scrittore mostra le sue carte scoprendo la ragione che l’ha condotto fin lì: «Quel che io, Georges Perec, sono venuto a interrogare qui, / è l’erranza, la dispersione, la diaspora. /Ellis Island è per me il luogo stesso dell’esilio, vale a dire / il luogo dell’assenza, il luogo, il non luogo, il da /nessuna parte».

Eraldo Affinati