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Eugenio Bennato e le sue «Canzoni di contrabbando»

Intervista al cantautore napoletano in scena all’Auditorium Parco della Musica il 21 gennaio: «La Taranta ci distingue in tutto il mondo»

Intervista al cantautore napoletano in scena all’Auditorium Parco della Musica il 21 gennaio: «La Taranta ci distingue in tutto il mondo» 

Titolo evocativo per lo spettacolo che Eugenio Bennato porterà in scena alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica il prossimo 21 gennaio. In “Canzoni di contrabbando” ci sono dentro tutte le atmosfere e i ritmi di canzoni come “Brigante se more”, “Juzzella”, “Taranta power”. In realtà il nome è ripreso da una raccolta di qualche anno fa, ma l’energia che sprigiona questo progetto, fa ballare ancora mezzo mondo ogni qual volta gli artisti si esibiscono.

Una carriera ultraquarantennale passata attraverso l’esperienza con la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Roberto De Simone, e i Musica Nova, ed approdata ad un fortunato percorso come solista, per Eugenio Bennato, che ancora oggi mescola sapientemente la tradizione musicale napoletana con i suoni e i ritmi del Mediterraneo.

Tutti i musicisti folk italiani di oggi, di cui c’è un gran fiorire, sono in debito con lui, che negli anni Novanta, in tempi non sospetti, avviò con Taranta Power, un movimento che impose la musica etnica italiana nella rete internazionale della World Music. All’epoca fu un vera rivoluzione nella scena musicale e culturale italiana, capace di superare la diffidenza iniziale per questo genere così diverso da quello che si ascoltava comunemente in giro e che non aveva niente di nostalgico e folcloristico, come il termine “tarantella” poteva far pensare. La Taranta Power di Eugenio Bennato mirava all’idea trasgressiva del rock, a contrastare la globalizzazione della musica, a riscoprire le nostre radici proiettando i suoni verso il futuro. E il tempo ha dato ragione al cantautore partenopeo.

Con lui alla voce e chitarra battente, nel concerto romano ci saranno due figure femminili – Sonia Totaro che oltre a cantare danzerà e Giustina Gambardella alle percussioni – a rappresentare l’energia della taranta che dalla arcaica favola popolare irrompe nella realtà contemporanea e conquista straordinarie platee di nuova generazione; altre due chitarre – Ezio Lambiase alle chitarre e Mujura, chitarra e al basso – ad arricchire e a colorare di moderne armonie la musica del sud fatta di accordi semplici, circolari ed irresistibili; un’altra voce – Mohammed Ezzaime El Alaoui che suonerà anche la viola – a rafforzare i racconti di un percorso di ricerca e di creatività che va a toccare temi che sono diventati materia viva della cultura di oggi, dalla questione meridionale al brigantaggio storico, dalla partenza dei bastimenti per le lontane Americhe alla nuova migrazione dagli altri sud del mondo.

Ce ne parla in esclusiva lo stesso Eugenio Bennato.

Una formazione multidisciplinare e multietnica per il concerto all’Auditorium…
Ormai è una costante degli ultimi tempi. Con “Taranta Power”, ho cominciato a fare una ricognizione nel campo della musica etnica italiana e, via via, sono stato attratto dal sud sempre più a sud, fino al Nord Africa, il Maghreb, la Tunisia, l’Egitto, il Marocco, Mozambico, Madagascar. Ho iniziato a conoscere anche i musicisti che ci ritroviamo in casa, che in molti casi arrivano come extracomunitari. Ma la musica è un elemento immediato di comunicazione e un’opportunità di arricchirsi di esperienze. E nel 2000, con “Che il Mediterraneo sia”, ho avviato una serie di collaborazioni. Mohammed Ezzaime El Alaoui, ad esempio, è un eccellente musicista, abbiamo iniziato insieme dieci anni fa, poi lui è tornato per un periodo in Marocco, ma poi aveva nostalgia dell’Italia.

Quali canzoni porterete in scena?
Mi definisco un compositore in corsa. I miei concerti sono sempre pieni di cose nuove che trovano un grande riscontro di pubblico, non mi sento mai incatenato a un repertorio. Sicuramente però eseguiremo uno dei miei ultimi brani, “Mon père et ma mère”, che racconta la storia vera di un incontro che ho avuto con Enric Parfait, un giovane africano del Camerun che ho conosciuto a Tangeri, mentre suonavo. Lui mi ha avvicinato porgendomi un foglietto con dei suoi versi scritti a mano, che, tradotti, erano “Mio padre e mia madre si son conosciuti in galera, in eredità mi hanno lasciato la miseria, e che sono diventati questa canzone. Ci sarà anche una nuova ballata “Questa non è una festa”, è una rivoluzione, come canto. Altro brano autobiografico in cui mi riferisco al grande racconto della musica etnica che crea un’atmosfera di festa, ma ha una forza rivoluzionaria, contrapponendosi all’appiattimento della sottocultura televisiva. Trovo, ad esempio, molto rivoluzionaria una ragazza che balla la taranta, che una sera d’estate indossa una gonna lunga a fiori e va a ballare nelle piazze.

Infatti, il potere della taranta oggi, non sta solo nei concerti, ma nei festival dedicati, nelle scuole di canto e danza, negli stage, coinvolgendo tanti giovani. Come si spiega questo fenomeno?
Le tappe della mia carriera dimostrano un percorso lungimirante che poi è esploso cosi come doveva essere. Ho iniziato negli anni Settanta con la Nuova Compagnia di canto Popolare e ho continuato a seguire quello che per me era il filo della bellezza con i Musica Nova, insieme a cui è nata “Brigante se more”, che tanti giovani che oggi la cantano credono sia un canto popolare di chissà quale secolo e non sanno che è mia. Oggi esiste una generazione cosciente e attenta che rivendica la propria identità in un’epoca in cui il rischio planetario è proprio la perdita d’identità con la globalizzazione. Allora ecco l’entusiasmo di un giovane di 15 anni che impara a suonare il tamburello, e quello delle ragazze che cantano e ballano e vogliono imparare le tradizioni.

Dal brigantaggio ai migranti di ieri e di oggi: mentre si balla si riflette al vostro concerto?

Il rischio di certa musica folk è di fare solo tanto bel ritmo e tanta allegria, ma nei mie brani voglio dire delle cose. Mi considero un cantautore folk. E se brani come “Ninco Nanco”, che a suo modo affronta il tema della questione meridionale, ha raggiunto un milione di visualizzazioni su youtube, beh, significa che è possibile affrontare certi temi in musica. Certo, sono temi diversi da quelli della musica leggera, ma trovano comunque un riscontro forte.

Qual è la “taranta power” all’estero? Cosa piace?
La Taranta è immediatezza comunicativa. A un concerto di fado o flamenco, la prima cosa che capiamo è che la musica rappresenta un popolo, una cultura. Fino a pochi anni fa questo genere in Italia era assente, o legato a cose del passato che però rimanevano molto circoscritte. Intorno al 1999, ho partecipato a un festival di world music organizzato da Peter Gabriel a Melbourne, in Australia e poi altri festival a Singapore, Londra, insomma, via via si è aperta la strada. E ormai la taranta ci distingue in tutto il mondo.

 

13 gennaio 2017