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«Foglie d’erba» in veste nuova, il respiro del verso di Whitman

Torna nella prestigiosa veste del Meridiano Mondadori la sterminata raccolta che accompagnò l’intera esistenza del suo autore segnando in modo indelebile la letteratura occidentale

Torna in veste tutta nuova e prestigiosa nel Meridiano della Mondadori a cura di Mario Corona, Foglie d’erba (pp. 1658, 80 euro), la grande voce di Walt Whitman (1819–1892, nella foto): quello dei reggimenti che vanno al passo sotto le stelle imprendibili, dei soldati feriti nella notte coi visi bianchi come gigli, dei rulli di tamburo prima della battaglia, degli squilli di tromba all’alba gelata, degli stendardi che sventolano sul far del giorno. Era la Guerra Civile a cui lo scrittore partecipò quale infermiere ricavando da tale esperienza uno dei suoi testi più belli, Specimen days, la guida del volontario. Ma in Whitman conta soprattutto il respiro del verso che sembra alimentare il volo degli uccelli sulla sterminata prateria. Senza dimenticare l’epigrafista solenne che rende omaggio al Presidente Lincoln, il visionario errabondo capace di appuntare le sue medaglie sull’ancora fresca Unione degli Stati, al tempo in cui il Nord America pareva un confuso accampamento di profughi europei impegnati a sognare un’altra vita by the roadside.

Finora i versi di Foglie d’erba in Italia erano
stati letti e precocemente consumati soltanto in sparute antologie. A parte gli specialisti, pochi li conoscevano davvero. Adesso c’è la possibilità di gettare uno sguardo più compiuto su questa sterminata raccolta che accompagnò l’intera esistenza del suo autore segnando in modo indelebile la letteratura occidentale con un palpito epico che non possiede uguali. Siamo di fronte a un classico ottocentesco che tuttavia annuncia in sé il brivido della lirica venuta dopo rompendo lo schema metrico e aggiornando i materiali tematici. Questo scrittore ci fa sentire con insofferenza la distinzione schematica fra prosa e poesia.

In Foglie d’erba restano, memorabili, le folgoranti intuizioni della maturità, in grado di restituire i volti dei carpentieri, dei muratori, dei meccanici, dei battellieri, dei calzolai, degli operai concentrati nella costruzione quotidiana della Libertà e della Democrazia, fra Manhattan e le grandi pianure. Ma la sorpresa più forte riguarda gli echi della vecchiaia quando, raggiunti e superati i settant’anni, Whitman chiama se stesso «vecchio pappagallo rimbambito» e scopre sgomento i cadaveri dei primi patrioti accatastati in una scalcinata cripta di Brooklyn, oppure i resti del generale Grant mischiati a quelli dell’antico nemico Lee: vincitori e vinti avvinghiati come spettri sul bagnasciuga oceanico. Si ha l’impressione di un ultimo appello.

Il dettato assume un valore filosofico. Sembra quasi che a scrivere
sia un patriarca con tanti sensori (come traduce Mario Corona), simili a «occhietti che stanno sempre a spiare». È lì, alla brezza del tramonto, sulla banchina del traghetto per Long Island che aveva incendiato la sua gioventù, nei pressi delle lapidi, prima dello scacco dell’inverno, fra i veterani morenti, in attesa di salutare “The Officer over all” (“Il Comandante supremo”); proprio lì, «nelle ore supplementari», il poeta tocca i vertici estremi della propria opera, arrivando a immaginare perfino, con letizia francescana, l’ultimo respiro: «E il lieve fruscio della brezza vivente – e nel mezzo l’eterna / bellissima mano destra di Dio, / E te, santissima ministra del Cielo – te, messaggera, / accompagnatrice, guida infine di tutti, / Che ricca, florida, allenti il nodo scorsoio che chiamiamo vita, / Dolce, pacifica, benvenuta Morte».

 

27 novembre 2017