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Francesco: «Nel mistero dei fratelli perseguitati risplende la forza della croce»

Nella solennità dei santi Pietro e Paolo, il Papa ha presieduto la Messa con la consegna dei palli agli arcivescovi metropoliti: «La preghiera è il rimedio contro la morte spirituale»

Nella solennità dei santi Pietro e Paolo, il Papa ha presieduto la Messa con la consegna dei palli agli arcivescovi metropoliti: «La preghiera è il rimedio contro la morte spirituale» 

«Ma voi, chi dite che io sia?». La domanda che Gesù pose ai suoi discepoli attraversa i millenni, viva e scomoda, e riecheggia sulle labbra del successore di quel Pietro che riconobbe il Cristo come «Figlio del Dio vivente». Francesco rivolge la stessa domanda ai cardinali che hanno partecipato al Concistoro per la creazione di 5 nuovi porporati e ai 36 nuovi arcivescovi metropoliti nominati nell’ultimo anno, per i quali ha benedetto – nella solennità dei santi Pietro e Paolo – i palli; le stole di lana bianca che simboleggiano la pecora sulle spalle di Gesù Buon Pastore. Non c’è astrazione nelle parole del Papa, ma situazioni concrete che mettono in discussione la vita del cristiano. Gesù ci guarda negli occhi e ci pone quella domanda, potentissima. Come a dire: «Sono ancora io il Signore della tua vita, la direzione del tuo cuore, la ragione della tua speranza, la tua fiducia incrollabile?». Ecco quindi l’importanza di «confessare Gesù Signore della propria vita». È la prima di tre parole che Francesco sottolinea nel corso della propria omelia in piazza San Pietro.

«Chi confessa Gesù sa che non è tenuto soltanto a dare pareri», come fanno i «cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo», «ma a dare la vita», non può credere «in modo tiepido, ma è chiamato a “bruciare” per amore; sa che nella vita non può “galleggiare” o adagiarsi nel benessere, ma deve rischiare di prendere il largo, rilanciando ogni giorno il dono di sé. Chi confessa Gesù fa come Pietro e Paolo: lo segue fino alla fine; non fino a un certo punto, e lo segue sulla sua via, non sulle nostre vie. La sua via è la via della vita nuova, della gioia e della risurrezione, la via che passa anche attraverso la croce e le persecuzioni». Certo, è necessario sopportare il male, sottolinea Francesco, che non vuol dire solamente «avere pazienza e tirare avanti con rassegnazione; sopportare è imitare Gesù. È accettare la croce, andando avanti con fiducia perché non siamo soli: il Signore crocifisso e risorto è con noi. Così con Paolo possiamo dire che “in tutto siamo tribolati, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati”».

E “persecuzione” è la seconda parola illuminata dal Papa. Come ai tempi di Paolo, ha ricordato Francesco, «anche oggi in varie parti del mondo, a volte in un clima di silenzio, non di rado silenzio complice, tanti cristiani sono emarginati, calunniati, discriminati, fatti oggetto di violenze anche mortali, spesso senza il doveroso impegno di chi potrebbe far rispettare i loro sacrosanti diritti». L’unica condotta della “buona battaglia” di cui parla Paolo, «è stata vivere per: non per se stesso, ma per Gesù e per gli altri». Per amore suo «ha vissuto le prove, le umiliazioni e le sofferenze, che non vanno mai cercate, ma accettate. E così, nel mistero del dolore offerto per amore, in questo mistero che tanti fratelli perseguitati, poveri e malati incarnano anche oggi, risplende la forza salvifica della croce di Gesù».

L’ultima parola è “preghiera” che è rimedio contro l’isolamento e l’autosufficienza che conducono alla morte spirituale. «Quanto è urgente avere maestri di preghiera, che vivono la preghiera – ha aggiunto Francesco -. La preghiera è l’acqua indispensabile che nutre la speranza e fa crescere la fiducia, ci fa sentire amati e ci permette di amare, ci permette di andare avanti nei momenti bui perché accende la luce di Dio». Al termine della celebrazione, alla quale ha partecipato anche una delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli inviata da Bartolomeo I, il Papa ha consegnato i palli agli arcivescovi metropoliti. Tra loro, l’unico italiano è monsignor Giovanni Accolla, arcivescovo di Messina. Prima dell’Angelus il Papa ha definito i santi Pietro e Paolo «due colonne» della Chiesa: «Entrambi hanno suggellato con il proprio sangue la testimonianza resa a Cristo con la predicazione e il servizio alla nascente comunità cristiana». Infine, la preghiera per la città di Roma: «La bontà e la grazia del Signore sostenga tutto il popolo romano, perché viva in fraternità e concordia, facendo risplendere la fede cristiana, testimoniata con intrepido ardore dai santi Apostoli Pietro e Paolo».

 

30 giugno 2017