Quello della pena di morte è «un tema che dovrebbe trovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica uno spazio più adeguato e coerente» con le sue finalità. Lo ha detto Papa Francesco ieri, mercoledì 11 ottobre, concludendo  nell’Aula nuova del Sinodo l’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione in occasione dei 25 anni del Catechismo della Chiesa cattolica. Questa problematica, secondo il pontefice, «non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi pontefici ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana».

Francesco ha proseguito senza mezzi termini. «Si deve affermare con forza – le sue parole – che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, neppure l’omicida, perde la sua dignità personale, perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita». Proprio per questo, è il monito del Papa, «a nessuno può essere tolta non solo la vita ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità».

Ha volto lo sguardo ai secoli passati, Francesco, quando «il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere», per pronunciare il suo “mea culpa” relativo al passato della Chiesa. «Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio – ha detto -, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana – ha proseguito -. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo». Tuttavia, è la denuncia del Papa, «rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità personale ci renderebbe più colpevoli».

Non c’è nessuna contraddizione con l’insegnamento del passato, ha rimarcato ancora il pontefice, «perché la difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell’insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole. Lo sviluppo armonico della dottrina, tuttavia, richiede di tralasciare prese di posizione in difesa di argomenti che appaiono ormai decisamente contrari alla nuova comprensione della verità cristiana». Quindi ha citato una frase di san Vincenzo di Lérins: «Forse qualcuno dice: dunque nella Chiesa di Cristo non vi sarà mai nessun progresso della religione? Ci sarà certamente, ed enorme. Infatti, chi sarà quell’uomo così maldisposto, così avverso a Dio da tentare di impedirlo?». Poi la conclusione: «Per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona».

12 ottobre 2017