Gambino: «Legge 40, sentenza insidiosa»

Il giurista vede il rischio dell’idea del “figlio perfetto” dietro la decisione della Consulta che ha autorizzato la selezione degli embrioni

Il giurista vede il rischio dell’idea del “figlio perfetto” dietro la decisione della Consulta che ha autorizzato la selezione degli embrioni nella fecondazione assistita

Selezionare gli embrioni sani rispetto a quelli malati per evitare l’impianto, nell’utero della donna, di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili, non è reato. Lo ha stabilito la nuova sentenza della Corte Costituzionale in materia di procreazione assistita (legge 40). Rimane, invece, il divieto di soppressione degli embrioni, anche nel caso risultassero malati.

La questione di costituzionalità era stata sollevata dal Tribunale di Napoli, nell’ambito di un procedimento penale nei confronti di un gruppo di medici rinviati a giudizio con l’accusa di produrre embrioni con scopi diversi da quelli stabiliti dalla legge 40 effettuando una selezione eugenetica, ovvero a predeterminarne le caratteristiche genetiche e la soppressione di embrioni affetti da patologie.

Ci si avvicina sempre più alla possibilità di avere un figlio perfetto? Sì, è la risposta del giurista Alberto Gambino, docente di Diritto privato all’Università Europea e consigliere nazionale di Scienza & Vita: «Si tratta, a mio parere di un percorso piuttosto insidioso. Gli stessi studiosi confermano che gran parte di noi, il nostro embrione già probabilmente rivelava che avevamo qualche patologia nel nostro Dna. La scienza, in realtà non sa definire quale sia esattamente il punto di partenza di queste patologie. E allora – sottolinea – un conto è vederle in un feto di due o tre mesi, un conto è vederle in alcune cellule dove gran parte dell’umanità già porta con sé delle piccole imperfezioni che non impediscono magari di arrivare anche a 90 anni. Allora – aggiunge Gambino – veramente ci avviciniamo all’essere perfetto, e aggiungerei, inutilmente perfetto, perché la perfezione umana purtroppo non esiste sulla faccia della Terra e quindi il rischio vero è che si eliminino tanti embrioni che invece sarebbero persone in carne e ossa che potrebbero tranquillamente arrivare anche ad un secolo di vita».

La legge 40 sulla procreazione assistita, approvata nel 2004, prevedeva una serie di divieti e obblighi. Dal 2004 a oggi, le varie sentenze della Corte Costituzionale e dei tribunali civili hanno smontato pezzo per pezzo i divieti imposti dalla legge: nel 2009 la Corte Costituzionale dichiarò parzialmente illegittimi i due commi che prevedevano un limite di produzione di embrioni e l’obbligo di un unico impianto; nello stesso anno una sentenza del TAR del Lazio dichiarò illegittimo il divieto di diagnosi preimpianto. Nell’aprile del 2014, infine, la Corte Costituzionale decise che il divieto di fecondazione eterologa era incostituzionale.

«Il peccato originale della legge 40 – afferma Gambino – è stato comunque quello di consentire che si creasse la vita in provetta. Certamente non c’erano altre strade possibili, poiché in quel momento questa era la prassi e questa è oggi la prassi per fare la fecondazione. Ma nel momento in cui la vita umana viene prodotta in provetta, l’embrione immancabilmente ha dei diritti affievoliti, nessuno di noi vorrebbe stare in una provetta, ciascuno di noi vorrebbe essere accolto dal grembo di una donna sin dall’inizio».

Infine, osserva Gambino, «l’altro problema di fondo è che quando nella legge 194 è stato introdotto il concetto di interesse alla salute anche psichica della donna e della coppia, si è aperto uno scenario di difficile individuazione. Perché? Chi sa dire che cosa può far bene alla salute psichica di un essere umano? Lo scenario che si apre è la possibilità di scegliere il figlio migliore sempre più funzionale agli interessi della coppia, e questo deve far davvero riflettere».

12 novembre 2015