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Giornata del dono, Patriarca: «Valore fondativo della Repubblica»

Parla il presidente dell’Istituto italiano della donazione: «Gratuità, solidarietà, amicizia sono dimensioni che si vivono quotidianamente e silenziosamente, ma senza dimenticare che attraverso di esse si costruisce la comunità»

Dal 2015, con la legge n. 110, il 4 ottobre è riconosciuto anche dalla Repubblica italiana come il Giorno del dono. E il fatto che sia sta scelta la data della solennità di san Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, è già di per sé un elemento di grande significato. Voluto e promosso dall’Istituto italiano della donazione, una realtà nata nel 2004 ad opera della Fondazione Sodalitas e del Forum nazionale del terzo settore, il Giorno del dono ha il fine di «offrire ai cittadini l’opportunità di acquisire una maggiore consapevolezza del contributo che le scelte e le attività donative possono recare alla crescita della società italiana», come recita l’articolo 1 della legge istitutiva. «Il Giorno del dono – ha detto il Papa ricevendo in udienza i promotori e i tanti ragazzi che erano con loro – è un’opportunità stimolante prima di tutto per i giovani: perché possano scoprire che il dono è una parte di noi stessi che viene gratuitamente regalata all’altro, non per perderla, ma per aumentarne il valore. Donare fa sentire più felici noi stessi e gli altri; donando si creano legami e relazioni che fortificano la speranza in un mondo migliore». L’edizione 2017 si concretizza in tante iniziative che si snodano in tutto il Paese per almeno due settimane – il “Giro dell’Italia che dona” – coinvolgendo una pluralità di soggetti e di situazioni. Ne parliamo con Edoardo Patriarca, che dell’Istituto italiano della donazione è il presidente.

Il dono è una dimensione che si vive nella quotidianità, come ben sanno tanti italiani. Che senso ha, allora, una giornata come questa?
È una data simbolica, naturalmente, e a suo tempo abbiamo voluto fortemente che fosse riconosciuta anche dalla legge dello Stato perché ciò sta a indicare che il dono è un valore fondativo della Repubblica. Il dono e i valori che ad esso sono collegati – penso alla gratuità, alla solidarietà, all’amicizia – danno senso alla nostra vita, ma non solo quella privata. È molto importante che si colga il valore pubblico del dono, che nelle sue implicazioni può diventare addirittura un valore economico. Poi, certo, è una dimensione che si vive quotidianamente e silenziosamente, ma senza dimenticare che attraverso di essa si costruisce la comunità.

Come si caratterizza questa edizione del 2017?
Quest’anno abbiamo avuto un’esplosione di adesioni nelle scuole. La legge istitutiva le indica espressamente come priorità e quindi, con la collaborazione del ministero, abbiamo sempre riservato grande attenzione alle iniziative per gli studenti. Ma in questa edizione c’è stato un balzo, con quasi diecimila ragazzi coinvolti a vario titolo. Abbiamo lavorato molto anche con i Comuni e i sindaci, d’intesa con l’Anci, ma penso che si possa fare ancora di più in futuro. Sul coinvolgimento del volontariato non mi soffermo perché è del tutto evidente, mentre vorrei sottolineare il cammino che siamo facendo con le imprese. Rispetto all’anno scorso sono raddoppiate, siamo quasi a quota 500. Si tratta di imprese che aiutano sui territori, che hanno saputo creare welfare aziendali, che applicano doverosamente i contratti, ma vanno oltre quel che è scritto nei contratti.

Siete stati anche ricevuti dal Papa: era la prima volta?
Sì, era la prima volta e devo ammettere che è stato un invito inaspettato. Avevo scritto in luglio, ma non immaginavo che con tutti i suoi impegni trovasse il tempo anche per noi. Ci ha detto cose importanti, una in particolare mi ha colpito: il dono è la vita, la vita stessa. Da come si è mosso, soprattutto con i ragazzi, si è visto chiaramente che era presente con il cuore. (Stefano De Martis)

4 ottobre 2017