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“Gli invisibili”, sguardo sull’America povera

Nelle sale la pellicola proiettata in anteprima alla mensa di Sant’Egidio, a una paltea di homeless, alla presenza del protagonista Richard Gere

Nelle sale dal 15 giugno la pellicola proiettata in anteprima alla mensa di Sant’Egidio, a una paltea di homeless, alla presenza del protagonista Richard Gere

È un’occasione abbastanza rara, una di quelle situazioni nelle quali cinema e vita trovano un inatteso punto di incontro. È successo il 9 giugno scorso nella mensa della Comunità di Sant’Egidio. Qui è stato proiettato il film “Gli invisibili” a una platea di homeless e alla presenza del protagonista Richard Gere. Un divo americano, uno di quelli che maggiormente impersonano lo star system hollywoodiano, a contatto con i bisognosi, gli ultimi della scala sociale. Si tratta di una pellicola targata Usa, che era al Festival di Roma nel 2014 e ora si appresta a sbarcare anche nelle sale dal 15 giugno.

Siamo a New York, più che mai metropoli e grande mela. George, uomo di mezza età, ha abbandonato tempo addietro la figlia Maggie di 12 anni, lasciandola nelle mani della nonna materna. Rimasto senza lavoro e senza prospettive, George ha progressivamente abbandonato ogni speranza di recupero, adattandosi a dormire dove capita nelle ben poco accoglienti strade di New York. Dopo aver provato a fermarsi in bui androni di palazzi, trova finalmente rifugio in un grande centro di accoglienza per senza tetto, il Bellevue Hospital. Qui sperimenta l’impatto dell’incontro ostile con la dura realtà degli emarginati. George deve prepararsi a fronteggiare tante situazioni, e talvolta prova a stare isolato in un angolo, ma il silenzio non è una soluzione e il mescolarsi con gli altri è inevitabile. Riesce così ad entrare in contatto con uno degli ospiti del centro, con il quale trova la forza per tornare allo scoperto. Sono le premesse per farsi timidamente vedere nel locale dove lavora la figlia. Con lei prova a scambiare di nuovo qualche parola. Forse è l’inizio per riannodare una sorta di rapporto con qualche possibile sviluppo positivo.

“Gli invisibili” è uno di quei film in cui la notorietà dell’attore principale è tale da oscurare il ruolo del regista. Che si chiama Owen Moverman e di suo ha dato a Gere l’indicazione di mescolarsi nella folla dei senza tetto come se fosse altrettanto invisibile. Come se nessuno lo potesse vedere e lui rischiasse l’indifferenza. Una situazione di totale straniamento, un cinema della realtà fatto senza realismo. Il divo americano, tutto calato nei suoi arruffati capelli bianchi, è un credibile homeless, ma forse di più è importante una certa suggestione che emerge da un copione non sempre nitido e impeccabile. Al cinema Gere ricorda al grande pubblico lo spietato capitalista di “Pretty Woman”; il film di oggi apre invece uno sguardo su un’America chiamata a vivere l’opposto, il Paese della sofferenza e delle privazioni, della povertà e della solitudine. È un richiamo per niente peregrino e da non trascurare. Un appello a ritrovare coesione, solidarietà, apertura verso l’altro.

13 giugno 2016