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Il “Blade Runner” di Villeneuve in una cupa Los Angeles del 2049

A metà tra “seguito” e “recupero” del passato la pellicola del regista canadese che torna a dar vita al celebre titolo del 1982. Un film che lasciò una forte impronta su tutto il cinema degli anni ‘80

Ridley Scott lo ha diretto con un incisivo taglio poetico ed evocativo, al punto che intere sequenze sono rimaste a lungo nella memoria dello spettatore. Era quasi inevitabile che quella trama, quella serrata e implacabile caccia tra il poliziotto e la replicante fosse destinata a riprendere vita, a non chiudersi con una semplice e laconica parola fine. All’origine di Blade Runner c’era Il cacciatore di androidi, romanzo scritto da Philip Dick, maestro di una fantascienza fatta di sussulti e palpiti emotivi. Sono passati trenta anni e quel testo è rimasto a fare da prezioso apripista. Falliti numerosi approcci e tanti tentativi in varie direzioni, la produzione si è concentrata su un plot corposo e intenso, giocato in modo paritario tra l’idea di “seguito” e quella di “recupero” del passato.

Siamo ora nel 2049 in una Los Angeles più che mai cupa, oscura, battuta come al solito da una pioggia fitta e implacabile. Nelle strade brulicano persone differenti e lontane, quasi mai capaci di scambiare un cenno di conoscenza. L’agente K della polizia di Los Angeles è sulle tracce di un’importante scoperta che potrebbe cambiare le sorti della società. K cerca disperatamente presenza di replicanti con una vita difficile e precaria.

Stretto tra molti avversari e in difficoltà nel fronteggiare personaggi di diversa provenienza, K intravede una via d’uscita quando arriva vicino a Rick Deckard, un “blade runner” salvato oltre trenta anni prima. K lo raggiunge all’interno di un grande albergo fatiscente… La trama ha una durata fiume di 163 minuti, non un racconto ma un poema, una cavalcata nei tempi e nella storia a cavallo di un profondo incalzare di ricerche, sospetti, dimenticanze. K è il poliziotto dal volto umano incerto da quale parte stare, tormentato dall’incertezza se ciascuno di noi sia più essere umano o androide. Le immagini proseguono in un incalzare di incertezze. E così le domande: siamo copia o originale è quella più insistente e incalzante.

Nello snodarsi dei fatti, il confronto si fa più aspro e sgomento. All’inizio un po’ allontanata, la presenza del libro all’origine di tutto (Il cacciatore di androidi) si riprende il proscenio. Insieme a quella fantascienza che sta a lungo rintanata dentro la nebbia ma è ben presente sul viso e negli occhi del protagonista, di K e dei suoi alleati/nemici.

 Il regista canadese Denis Villleneuve, qui alla prova più difficile dopo aver raggiunto con i precedenti La donna canta (2010), Sicario (2015), Arrival (2016) lo status più che meritato di autore di spiccata sensibilità umanista e di narratore profondamente piegato a lavorare sul rapporto tra passato, presente e futuro, dà spazio ad una vena poetica profonda e dolorosa. Con situazioni e luoghi siamo trascinati in un mondo dentro la realtà ma fuori dalla ragione e dalla razionalità.

Quando appare in scena Harrison Ford (ancora nei panni di Rick Deckard) il film fa uno scatto verso una maggiore tensione narrativa. Quasi che il ritorno del passato agisse da molla e da detonatore. Rick certo richiama alla mente gli indimenticabili passaggi del Blade Runner 1982. Eppure forse proprio i 35 anni trascorsi sono la misura e la chiave del film. Che è bello, emozionante, carico di tensione e paura. Un tuffo nella realtà virtuale prossima ventura. Che è sempre quella di uomini e donne alla ricerca del senso della vita. Una ricerca fatta di battiti del cuore e di palpiti della mente.

9 ottobre 2017