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Il cinema piange Gian Luigi Rondi, decano dei critici

Giornalista vero e “di razza”, firma de Il Tempo dal 1947, aveva 94 anni. È stato direttore e presidente della Mostra di Venezia e poi della Biennale

Giornalista vero e “di razza”, firma de Il Tempo dal 1947, è deceduto il 22 settembre a 94 anni. È stato direttore e presidente della Mostra di Venezia e poi della Biennale

«Tornavo dall’aver visto “Maria Antonietta” con Norma Shearer. Incontro Angiolillo sulle scale de Il tempo. “Guaglio’ – mi dice – mi piace come scrive di cinema, non come quelli che non riescono a farsi capire. Da domani firmi”». Comincia così, con il primo ricordo datato 1° gennaio 1947, “Le mie vite allo specchio”, il volume dei diari 1947-1997 pubblicato a gennaio 2016 dalle Edizioni Sabinae: opera fondamentale, quasi una “summa” di una vita professionale, quella di Gian Luigi Rondi, che non a caso si apre con quel momento della “firma” che il critico cinematografico ha cominciato a mettere sugli articoli de Il tempo e che avrebbe proseguito a firmare per un periodo senza interruzione fino ad oggi.

Rondi è venuto a mancare proprio ieri, giovedì 22 settembre, all’età di 94 anni. Ha vissuto un periodo forte e intenso, soprattutto nell’ottica della sua scelta per il cinema, un amore nato, cresciuto e rafforzato con la pratica quotidiana e a poco a poco arricchito con un crescente numero di esperienze e di coinvolgimento nelle situazioni più varie. È stato il cronista attento e minuzioso di fatti e avvenimenti che emanavano da Roma e si aprivano al mondo. A mano a mano che le sue conoscenze si allagavano e il prestigio della sua esperienze aumentava, gli incarichi che era chiamato a ricoprire si facevano più importanti e delicati. Ci vorrebbe forse un capitolo a parte per elencarli tutti, senza tuttavia riuscire a fare una graduatoria di meriti e responsabilità. Vanno ricordate la Mostra di Venezia, alla quale è tornato due volte, poi la presidenza della Biennale, incarichi di prestigio assolti con scrupolo e dedizione. E poi la numerosa attività svolta come organizzatore culturale: un lavoro fervido e instancabile che lo ha portato a promuovere festival, rassegne, iniziative tutte rivolte alla promozione del cinema. Del buon cinema, verrebbe da aggiungere, perché Rondi cercava innanzi tutto la qualità dellla proposta, in grado di soddisfare critica e pubblico. E poi la presenza tante giurie ai Festival internazionali (Cannes,Berlino…) laddove c’era da offrire una testimonianza di attenzione e di scelte oculate e approfondite.

Ma qui piace ricordare il Rondi giornalista. In particolare alcune sue iniziative fondamentali in ottica divulgativa come quelle delle “Sette domande a…”, appuntamento che ogni volta dava la parola a registi a attori sui film in uscita. Cosi importante che chi scrive aveva preso l’abitudine di ritagliate e conservare quelle pagine e tenerle in appositi scaffali, salvo affacciarsi per consultarli e prendere utili nformazioni in ottica storico-critica anche ad anni di distanza. Gian lugi Rondi è stato giornalista vero e di razza, di quella generazione che, uscita dalla guerra, non ha mai negato di ritenersi “fortunata” per aver attraversato un periodo fervido di rinascita e di ricostruzione. A cominciare dal cinema, e da quel neorealismo che ha cambiato il cinema e ha gettato le basi per una rinascita di cui si sono visti i risultati negli anni successivi.

L’ultima volta l’ho incontrato alla presentazione del libro citato all’inizio. Ne parlava con gioia a partecipazione come se quei ricordifinalmente pubblicati rappresentassero una sorta di peso dicui si era scaricato. Tuttavia con l’impegno a chiudere il cerchio con quei venti anni (1997-2016) mancanti e perfetti per un secondo volume. Forse qualcuno vorrà provare a completare l’opera. Ma non sarà facile. Rondi non ha eredi.

23 settembre 2016