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«Il meteorologo» di Rolin con il fascino della Russia

Torna in libreria l’autore di Tigre di carta con la storia di Aleksej Vangengejm, deportato in Siberia ai tempi della dittatura stalinista

Torna in libreria l’autore di Tigre di carta con la storia di Aleksej Feodos’evic Vangengejm, deportato in Siberia ai tempi della dittatura stalinista

Olivier Rolin, nato nel 1947 a Boulogne Billancourt ma cresciuto in Senegal, è uno scrittore speciale della letteratura francese contemporanea: originale quanto basta per staccarlo dalla compagnia di giro più blasonata e tuttavia con un suo mondo poetico legato alle congiunture della Storia, recente e passata, quindi apprezzabile anche da un vasto pubblico.

In Italia abbiamo cominciato a conoscerlo nel 1995 quando venne pubblicato Port Sudan: indimenticabile memoria di un amico scomparso. Ma lo scrittore nel suo Paese era già famoso per un libro sul Maggio francese, cui egli aveva attivamente partecipato, uscito qualche anno prima: Tigre di carta. Altre opere significative tradotte anche da noi sono Meroe (2002), zibaldone autobiografico intrecciato alla rivolta di Khartoum; Il cacciatore di leoni (2008), strampalato palinsesto romanzesco a partire dalla suggestione di un quadro di Manet; Baku, Ultimi giorni (2012), ancora un diario di viaggio, stavolta in una delle ex repubbliche sovietiche.

La Russia, quella dei grandi scrittori e delle terribili rivoluzioni, è del resto da sempre nel cuore e nella mente di Olivier Rolin: lo testimonia il suo più recente lavoro, Il meteorologo (Bompiani, pp. 159, traduzione di Yasmina Melaouah, euro 17), in cui si rievoca la deportazione di Aleksej Feodos’evic Vangengejm, mite studioso di nuvole e cirri, regolarmente iscritto al partito bolscevico, al quale, nei famigerati anni Trenta, capita di dimenticare una citazione di Lenin. Il che gli basta per finire in uno dei gulag più temibili, nelle isole Solovki, sul Mar Bianco, ai limiti del Circolo Polare Artico, dove trascorre lunghe stagioni di reclusione prima di venire fucilato in terraferma, nonostante tutte le suppliche rivolte a Stalin, insieme ad altre migliaia di sventurati come lui.

Ancora una volta Olivier Rolin si mette sulle tracce di un fantasma: controlla le fonti, interroga i testimoni, verifica di persona i fatti accaduti e riporta perfino alcuni documenti originali, come in questo caso i commoventi disegni, erbari, indovinelli e letterine che il prigioniero spediva alla figlia e alla moglie rimaste a Mosca.

Si sente sempre in Olivier Rolin la presenza di Joseph Conrad, le cui radici come sappiamo furono profondamente slave; suo nume tutelare insieme ad Arthur Rimbaud, specie quello dell’ultima avventura africana. È come se lo scrittore avesse introiettato il sentimento di scacco cui sembra essere destinato l’uomo riflessivo: questa consapevolezza viene proiettata, non tanto sul protagonista, quanto su chi lo ricorda.

Ecco perché le pagine più intense de Il meteorologo restano a mio avviso quelle finali. Fuori dalla residua convenzione narrativa da cui è stato fin lì guidato, l’autore spiega la sua fascinazione – quasi una vertigine, scrive – nei confronti dello spazio siberiano, un concetto al tempo stesso geografico e politico: «Essere in Russia è come essere in alto mare sulla terra».

 

31 ottobre 2016