“Il partigiano Edmond”, la guerra vista da Appelfeld

“Il partigiano Edmond”, la guerra vista da Appelfeld

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Un gruppo di ebrei sopravvissuti ai lager si oppone alla barbarie nazista. Cercando di spiegare a se stessi e agli altri la ragione della violenza che ha rischiato di annichilirli

«Mi chiamo Edmond e ho diciassette anni. Dalla primavera avanziamo su queste colline: quasi tutte spoglie, poche miseramente boscose. Questa desolazione è la nostra disgrazia, ma noi abbiamo imparato a camuffarci, a nasconderci, a strisciare per terra, a sfruttare i terreni morti per sorprendere il nemico». È l’inizio di Il partigiano Edmond (Guanda, pp. 332, 19 euro, traduzione di Elena Loewenthal), romanzo di Aharon Appelfeld, uno dei più importanti scrittori israeliani contemporanei, ambientato in Ucraina nell’ultimo anno della seconda guerra mondiale. Personaggi chiave, oltre al giovane protagonista, sono alcuni ebrei sopravvissuti ai ghetti e ai lager, i quali vagano per le foreste, da una palude all’altra, cercando di colpire i tedeschi invasori ormai in piena disfatta, eppure mai domi.

Kamil, il Comandante, figura carismatica e leggendaria, guida i suoi uomini offesi e oltraggiati, tuttavia pronti alla riscossa democratica nel tentativo di opporsi alla barbarie nazista che avrebbe voluto distruggerli. Insieme ai combattenti, ci sono donne anziane, come Tsirel e Tsila, bambini ammutoliti dai traumi vissuti; indimenticabile resta il piccolo Milio che ricorda il principio violato dell’umanità; da un momento all’altro questo cucciolo ferito potrebbe miracolosamente cominciare ad esprimersi, ma se lo facesse, pensano alcuni, magari pronuncerebbe una frase capace di sconvolgere tutti. Alla fine, quando finalmente riuscirà ad articolare una parola, dirà “cielo”, osservando la volta celeste indifferente agli scempi.

Ognuno dei combattenti è impegnato a spiegare a se stesso e agli altri la ragione della protervia che li ha condotti fin lì, della violenza che ha rischiato di annichilirli. Eppure qualcuno di loro, forse sperando di placare così la sua ansia, lascia supporre che proprio la cecità razzista ha di fatto ricreato l’identità degli ebrei che altrimenti, nel giro di pochi decenni, si sarebbero assimilati e in Europa nessuno li avrebbe più riconosciuti. I partigiani di Appelfeld, filosofi e religiosi, non si limitano a fare la guerra. Cercano anche di recuperare i libri ancora presenti nelle cascine abbandonate, come se in quelle rare pagine sottratte all’oblio fosse celato il nucleo primario del popolo cui appartengono e perfino, in ultima istanza, lo statuto medesimo della letteratura. È questa, a ben riflettere, la metafora narrativa che illumina il testo e gli dà forza, anche nella sua dimensione epica e fantastica, caratteristica della sensibilità dell’autore. Le incursioni assomigliano a una favola antica dentro il paesaggio innevato. Le scene belliche, più che venire descritte, restano sullo sfondo, quali sagome lontane.

La memoria della pace cresce come una pianta rampicante nell’animo infiammato dei partigiani che non lasciano mai i morti insepolti. Le preghiere per i defunti si trasformano presto nella colonna sonora del romanzo. Edmond spesso rievoca il suo passato familiare, la madre smarrita, il padre quasi sconosciuto, la fidanzata tante volte sognata. Nel momento in cui torna in pattuglia, vive uno scarto insostenibile e tuttavia profondamente necessario, quasi fosse stato chiamato a pagare il prezzo della giustizia.

20 marzo 2017