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“Il ritorno” di Matar, un viaggio alla ricerca del padre

Un accorato diario fra il saggio e il reportage, per ritrovare una matrice divelta, in cui l’analisi storico–politica si mischia all’interpretazione artistica

Un accorato diario fra il saggio e il reportage, per ritrovare una matrice divelta, in cui l’analisi storico–politica si mischia all’interpretazione artistica

«Il fatto è che quando stai cercando tuo padre cerchi anche altre cose», dichiara Hisham Matar in Il ritorno (Einaudi, pp. 247, traduzione di Anna Nadotti, 19,50 euro), replicando il tema che aveva caratterizzato i suoi due precedenti romanzi autobiografici, Nessuno al mondo (2006) e Anatomia di una scomparsa (2011). Stavolta l’indagine è ancora più diretta, lacerante e persuasiva. Entrano in gioco non solo le ragioni personali dell’autore, nato a New York nel 1970 da genitori libici e vissuto a Tripoli, al Cairo e Londra, ma anche un’epoca storica che riguarda tutti noi: possiamo farla partire dalla guerra italo–turca che condusse all’occupazione della Cirenaica per arrivare alla fine del regime imposto da Gheddafi. Jaballa, il padre dello scrittore, era stato uno dei principali oppositori del dittatore libico, contrapponendosi al suo dominio antidemocratico per motivi antropologici e culturali prima ancora che politici. Brillante imprenditore, amante della poesia, grande lettore, non poteva sopportare l’ideologia totalitaria del capitano venuto dal deserto. Aveva fatto studiare i figli all’estero.

Lui stesso era vissuto lontano dalla madre patria fino al momento del suo arresto in Egitto. Dopo il trasferimento nella famigerata prigione di Abu Salim, si perse ogni sua traccia. Probabilmente venne trucidato insieme a tanti altri oppositori e gettato in una fossa comune. Hisham Matar racconta le proprie peregrinazioni alla ricerca di un fantasma che gli appartiene, senza la cui risonanza interiore anzi non riuscirebbe a vivere. Il ritorno è un accorato diario fra il saggio e il reportage alla ricerca di una matrice divelta, di una casa smarrita, di una radice spezzata. Vengono in mente altre importanti opere di figli che, attraverso l’identità dei padri, vogliono ritrovare una patria perduta e, in ultima istanza, il senso profondo della loro stessa vita: da Straniero alla mia storia di Aatish Taseer (Einaudi, 2010) a In cerca di Transwonderland di Noo Saro–Wiwa (66th and 2nd, 2015), per citare solo due possibili esempi di simili risultati anche stilistici. Testi che rinnovano la letteratura contemporanea lasciandosi alle spalle la pura invenzione romanzesca.

Il memoir di Matar si configura come un’impresa conoscitiva degna dei nostri tempi dove l’analisi storico–politica (dai misfatti coloniali italiani alle compromissioni di Tony Blair) si mischia all’interpretazione artistica ( Il martirio di san Lorenzo di Tiziano che lascia prefigurare il corpo maciullato di Jaballa), alla rievocazione dei personaggi (la figura di Hamed, il nonno centenario che mostra al nipote la cicatrice della ferita sulla spalla). Cosa vuole lo scrittore se già sa che il padre è morto? Ce lo dice lui stesso nelle pagine finali chiamando in causa Omero: «D’un tratto – quelle parole – riguardavano Ulisse quanto Telemaco; il padre quanto il figlio; il desiderio del figlio di vedere il padre trascorrere il resto dei suoi giorni nel dignitoso conforto della propria casa, quanto il desiderio del figlio di lasciare finalmente a casa il padre, girarsi, guardare avanti ed entrare nel mondo. Finché Ulisse è perduto, Telemaco non può andarsene di casa. Finché Ulisse non è casa, rimane sconosciuto ovunque».

16 maggio 2017