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Il sesto senso: reale percezione o pretesa narcisista?

Ogni individuo, dalla nascita struttura relazioni primarie e legami che si organizzano in modo funzionale alla cura, alla vicinanza e alla protezione. Con gli altri, scambiamo indizi con dati di certezza

Molto spesso sentiamo parlare di abilità straordinarie di percezione della realtà, di capacità particolari di sentire quello che l’altro sta pensando e cosa accadrà. Si tratta davvero di qualità eccezionali e di caratteristiche speciali? Comunemente quando qualcuno ci parla delle proprie sensazioni su una situazione, sulle caratteristiche di una persona appena conosciuta e su ciò che farà, concludiamo che la sua percezione sia dovuta al suo “sesto senso”. Ma di cosa si tratta esattamente? Davvero siamo convinti che esistano individui capaci di definire qualcuno sulla base delle sensazioni ricevute in pochi minuti?

In realtà si tratta di una caratteristica ontologica dell’uomo funzionale alla propria sopravvivenza, che viene tuttavia spesso scambiata per una percezione straordinaria. Ogni individuo, infatti, sin dal concepimento impara a scoprire il mondo in cui è immerso: in primis nel ventre della madre, ascoltando i suoni, i rumori interni ed esterni, la luminanza all’interno del liquido amniotico che varia a seconda dell’esposizione alla luce; successivamente con la nascita attraverso un apprendimento basato sulla percezione di tutti i cinque sensi. Il neonato catapultato nel mondo con temperatura variabile, luce intensa, rumori, odori, volti e percezioni tattili, inizia l’acquisizione di conoscenze specifiche che caratterizzeranno la sua intera vita.

Dalla nascita, infatti, si strutturano le relazioni primarie ed i legami interpersonali si organizzano in modo funzionale alla cura, alla vicinanza e alla protezione. Ogni individuo, attraverso la guida degli adulti, impara gradualmente a scoprire il proprio ambiente, le sue caratteristiche e a categorizzarlo sulla base delle proprie competenze cognitive e linguistiche. Questa qualità dell’uomo ha una importante funzione evolutiva, poiché ci permette di essere pronti e di metterci in salvo in situazioni di pericolo. Il nostro cervello, infatti, ha imparato con il tempo a cogliere dei segnali fondamentali dall’esterno che ci aiutano in brevissimo tempo a capire la pericolosità di una situazione per poterla evitare.

L’odore, l’aspetto di un cibo, le espressioni del volto dell’altro, i rumori sono indizi rilevanti per capire se c’è un pericolo; le percezioni somatiche di agitazione, aumento della pressione sanguigna invece favoriscono l’allerta per essere pronti alla fuga o all’attacco. In situazioni di estremo pericolo, infatti, non sarebbe opportuno utilizzare strategie di ragionamento raffinate per confutare o meno il verificarsi di una ipotesi; pertanto il nostro sistema cognitivo ci allerta quel tanto che ci serve per essere pronti a reagire nell’emergenza. Queste qualità apprese e raffinate con il tempo, di riuscire da pochi indizi a categorizzare un ambiente, una situazione ed una persona, tuttavia, rappresentano una preziosa fonte di informazioni della realtà in circostanze in cui sia necessario prendere una decisione in pochissimi istanti, ma potrebbero portarci fuori strada in momenti di vita sociale e nella quotidianità.

Siamo certi che il buio, i rumori sinistri e l’allerta del nostro corpo ci facciano percepire la reale presenza di un pericolo o semplicemente si tratta di un allarme sulla base di indizi esterni che la nostra mente ha imparato a definire come minacciosi e quindi probabili indicatori dell’esistenza di una minaccia? Ovvero, stiamo forse scambiando indizi eventuali con dati di certezza, basandoci sulle sensazioni corporee per decidere che si tratta davvero di pericolo. Allo stesso modo, nel momento in cui conosciamo una persona il nostro cervello si focalizza sulle caratteristiche del volto per riconoscerla, ricordarla, aggiungere informazioni non verbali alla comunicazione attraverso le espressioni facciali e la comprensione delle emozioni: mi sta minacciando, è felice, è addolorato? Ma queste informazioni sono caratteristiche dello stato dell’individuo in quel preciso momento.

Siamo certi che da un’occhiata o da una stretta di mano possiamo avere una conoscenza completa di quella persona? Probabilmente non è così, non siamo dotati di qualità speciali. Con presunzione pensiamo di poterci affidare unicamente ai nostri sensi e agiamo di conseguenza, spesso innescando inconsapevolmente proprio con il nostro comportamento nell’altro la reazione che ci aspettiamo di ricevere. Si tratta allora di sesto senso? Probabilmente potremmo definirlo apprendimento ed esperienza al servizio della velocità di risposta.

Ma nella vita di tutti i giorni, in cui sarebbe meglio valutare le conseguenze prima di agire e risulta più favorevole ragionare su ipotesi alternative prima di esprimere giudizi, questa qualità rischia di tarparci le ali e di limitare la possibilità di crescere e di imparare. Illudendoci di capire e controllare il mondo esterno potremmo non vederlo per ciò che è realmente, restando abbagliati da luccichii inconsistenti e fuorvianti che potrebbero costituire un pericolo maggiore della percezione di pericolo stessa.

22 maggio 2014