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Il vescovo Marciante: superare la paura comune

Intervista all’ausiliare del settore Est, che comprende Tor Sapienza. Il ruolo delle parrocchie: «Captare i conflitti sociali, creare laboratori per l’integrazione, stimolare gli enti pubblici per migliorare i servizi»

 

Distribuire le situazioni di criticità in tutta la città per evitare polveriere sociali. Superare la paura che attanaglia tutti «lavorando insieme per rendere più bello e vivibile il quartiere». Rilanciare l’impegno della parrocchia come «antenna» per captare i conflitti sociali e come motore culturale del territorio. Monsignor Giuseppe Marciante, vescovo ausiliare per il settore Est, dopo essere stato per 20 anni parroco al Tiburtino, indica così alcuni punti chiave da affrontare dopo i fatti di Tor Sapienza, che hanno visto scontri tra residenti e immigrati, in particolare i rifugiati ospiti del centro di accoglienza di via Giorgio Morandi. Una vicenda che è andato a seguire personalmente fin dai primi momenti, con una visita seguita dalla celebrazione della Messa nella parrocchia del quartiere, San Cirillo Alessandrino. «In questi giorni – spiega a Roma Sette – ho sostenuto la missione faticosa e difficile del giovane parroco di San Cirillo, don Marco Ridolfo. Ad un anno dal suo ingresso in parrocchia, ha dovuto affrontare e rispondere ad una vicenda che, per tanti aspetti, tocca problemi mondiali, nazionali e locali. Domenica 16 novembre, alle 10, ho celebrato l’Eucaristia a Tor Sapienza con una comunità numerosa, composta e variegata; accanto agli italiani c’erano cittadini provenienti dall’America Latina, dall’Africa e dalle Filippine. Alla Messa hanno partecipato anche alcuni ospiti della casa di accoglienza di via Morandi.

Ma quali sono le origini del disagio della gente di Tor Sapienza?

Per comprenderlo bisogna conoscere la storia degli insediamenti, il primo dei quali si sviluppò negli anni Venti del secolo scorso: villette a uno o due piani con giardino. In verità, Tor Sapienza si è sviluppato durante gli anni Sessanta con le prime case popolari; negli anni Settanta fu inaugurato il complesso di via Morandi per accogliere gli abitanti degli scantinati del Quarticciolo e di alcune famiglie che vivevano nelle baracche. Infine sorsero le cooperative, il palazzo dei postali, fino alle nuove case della CMB. Un quartiere abitato da impiegati, operai e molti disoccupati. In via Morandi, negli spazi rimasti liberi dopo il trasferimento in altra sede dei servizi comunali, della biblioteca e della Asl, si sono insediate alcune famiglie provenienti dall’Est Europa e un luogo di culto ortodosso.

Poi sono iniziate le «criticità». Per esempio dei campi rom molto grandi.

Negli anni Novanta in via Salviati è stato allestito un primo campo rom per circa venti famiglie e, negli anni successivi – sempre nella stessa via -, un secondo campo, troppo grande per essere governato. Nel campo era stato allestito un forno per bruciare i cavi per la rifilatura del rame; roghi tossici che rendevano l’aria irrespirabile e fortemente inquinante. Una manifestazione pubblica degli abitanti del quartiere, l’11 ottobre scorso, ha ottenuto la chiusura del forno e l’alleggerimento del campo rom.

Questo è solo uno dei problemi segnalati dai cittadini di Tor Sapienza. C’è anche altro, però.

Da alcuni anni, in via Staderini e in via Morandi, vengono accolti i richiedenti asilo. L’anno scorso i vecchi locali della chiesa sconsacrata di San Cirillo Alessandrino sono stati occupati dagli attivisti del movimento per la Casa. Il quartiere non è molto esteso e si accede, da un lato, da piazzale Pascali su viale Togliatti, dove si esercita la prostituzione anche di giorno, tanto da provocare la protesta degli abitanti del comprensorio della CMB e, dall’altro, da via Tor Sapienza, un grande viale che diventa un mercato delle droghe. Tor Sapienza è un quartiere che raccoglie tante problematiche sociali, conflitti e tensioni, dove basta l’ennesimo episodio di violenza per scatenare l’inferno. Spesso si pensa di allontanare i problemi spostandoli nelle periferie.

Insomma, una «polveriera sociale», potremmo dire. Quale soluzione propone per spegnere le tensioni?

A mio parere bisognerebbe ben distribuire le situazioni di criticità in tutta la città, nei quartieri che hanno le risorse per fronteggiarle. Creare piccole comunità con un progetto di integrazione, specialmente tra i rom. I minori non vanno inseriti in un gruppo di adulti ma affidati a delle famiglie che hanno i titoli per accogliere quelli richiedenti asilo.

Tra i cittadini, che chiedono servizi e sicurezza, sembrano prevalere rabbia ed esasperazione, anche se l’incontro con il sindaco ha registrato qualche elemento positivo. Dall’altra parte c’è il tema dell’accoglienza degli immigrati che fuggono da guerre, fame, miseria. Come uscire dal clima di scontro?

Ho trovato la gente dispiaciuta per essere stata definita razzista; mi hanno spiegato il senso della loro rabbia, dovuto al sentirsi abbandonati dai responsabili della cosa pubblica. Prendendo spunto dall’espressione del servo malvagio e pigro della parabola evangelica, «ho avuto paura», ho spiegato loro come la paura blocca spesso le relazioni e i rapporti non solo con Dio, ma anche tra gli uomini. La paura nasce quando non si conosce l’altro e, soprattutto, quando si dà credito ai pregiudizi sull’altro. Il Signore ci ha esortato molte volte a non aver paura e la nostra missione consiste nel liberarci e liberare dalle paure. Cristo, risorgendo da morte, ci ha liberati dalla paura. I cristiani dovrebbero cancellare dal loro vocabolario la parola «straniero»: essa è infatti sinonimo di avversario, nemico; perciò è una parola che veicola la paura. Molti dei giovani ospiti della casa di via Morandi che ho avuto modo di conoscere sono fuggiti dalla loro terra perché inseguiti da un nemico: un governo dispotico e sanguinario, la fame, la disoccupazione, la solitudine perché tutti i parenti sono emigrati lontano. Sono pieni di paure; non sono qui per fare del male. Non devono avere paura, ma anche gli abitanti del quartiere hanno paura, a causa di violenza, tentativi di aggressione, scippi, furti nelle case, spaccio di droga, inquinamento tossico, perdita di lavoro, disoccupazione, debiti, usura… tante paure.

La paura, quindi, come elemento comune.

Sì, penso che la paura sia la cifra che ci accomuna tutti. Il conflitto si può superare facendoci coraggio vicendevolmente, arricchendoci con le nostre diversità, stringendo rapporti di amicizia, lavorando insieme a un progetto per rendere più bello e vivibile il quartiere.

Eccellenza, giovedì scorso lei ha incontrato – insieme al direttore della Caritas diocesana – i sacerdoti della XVI prefettura, che comprende, oltre a Tor Sapienza, quartieri come Tor Tre Teste, Quarticciolo, Alessandrino, Torre Maura e Torre Spaccata. Tutti territori con tante e complesse problematicità. Quale ruolo possono svolgere le parrocchie di fronte a queste situazioni, specialmente dopo l’appello rivolto dal Papa domenica scorsa?

Le parrocchie possono assumere il ruolo di antenne nel captare le criticità e i conflitti sociali per segnalarli ai servizi del territorio e, nello stesso tempo, possono creare dei laboratori per l’integrazione sociale, la promozione di attività culturali, la valorizzazione delle aree verdi e la conoscenza del patrimonio storico e culturale del quartiere. Stimolare gli enti pubblici per migliorare e accrescere i servizi del territorio: la riqualificazione degli spazi pubblici, il recupero del patrimonio edilizio, il miglioramento del trasporto pubblico, la promozione dell’occupazione giovanile. La parrocchia è chiamata ad ospitare i forestieri, accoglierli, accompagnarli secondo le sue disponibilità, così come è invitata da Gesù a dar da mangiare ai poveri, vestire i nudi, visitare i carcerati e gli ammalati, portare conforto agli sfiduciati. Non manca alle parrocchie la possibilità di trovare spazi e tempi per superare lo scontro, offrendo occasioni di incontro, così come ci ha detto Papa Francesco.

24 novembre 2014