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Il “Wasser” di Gustaffson, “Mattia Pascal” scandinavo

Pochi scrittori come lui seppero interpretare la tensione sperimentale del ‘900. Mostrando gli ingranaggi scoperti e convenzionali della letteratura

Pochi scrittori come lui seppero interpretare la tensione sperimentale del ‘900 con ironia inventiva. Mostrando gli ingranaggi scoperti e convenzionali della letteratura

Un anno fa, con la scomparsa di Lars Gustafsson, autore svedese di centinaia di libri solo parzialmente tradotti in Italia, abbiamo avuto l’impressione che il Novecento, dopo essere stato archiviato dalla cronologia, ci dicesse addio anche dal punto di vista spirituale. Pochi scrittori come lui seppero interpretare la tensione sperimentale del secolo trascorso senza cadere nei tecnicismi vuoti delle macchine formali. L’editore Iperborea ha avuto il merito di farcelo conoscere, anche se forse uno dei suoi romanzi più belli, Il Tennis, Strindberg e l’elefante, vibrante e leggero come il titolo che portava, venne pubblicato nel 1991 dall’editore Guida di Napoli.

Il tema di Gustafsson, che abitò per lungo tempo negli Stati Uniti facendo il docente universitario, è sempre stato quello pirandelliano della maschera e dell’identità: fino a che punto possiamo essere noi stessi? Ecco quindi lo scrittore alle prese con prismi narrativi di pregevole fattura, enigmi e misteri mai troppo esibiti, anzi quasi accennati, i cui protagonisti sono uomini e donne dalle radici simili a vegetali: come se fosse illusorio credere di poter legarsi a qualcosa che non sia il frutto della nostra immaginazione. Una conclusione drammatica, certo, ma che Gustafsson visse con suprema ironia inventiva. Thriller esistenziali (Storia con cane, Il decano), memorie contraffatte (L’uomo sulla bicicletta blu, Le bianche braccia della signora Sorgedahl), viaggi interiori (Windi racconta, La vera storia del signor Arenander), labirinti (Preparativi di fuga) e diari (La clandestina), si sono susseguiti negli anni a cadenza continua con almeno due capolavori (Morte di un apicultore e Il pomeriggio di un piastrellista), indimenticabili per la precisione chirurgica della scrittura, tesa a rappresentare la scomposizione, il frammento, la scheggia, ossia i materiali che hanno fatto la storia della cultura moderna.

Così accade anche nell’ultima opera, La ricetta del dottor Wasser (Iperborea, pp. 150, traduzione di Carmen Giorgetti Cima e postfazione di Alessandra Iadicicco, 16 euro), una sorta di Fu Mattia Pascal scandinavo, la storia di un impostore: un ragazzo dai talenti molteplici, il quale decide di assumere l’identità di un medico tedesco fuggito dalla Ddr. Il che lo spinge a vivere un’altra vita, gettando nel cestino quella che avrebbe dovuto essere la propria. Lo scrittore assume la visione straniata del suo personaggio: da qui l’effetto di realtà plastificata prodotta dai racconti intrecciati fra loro e quasi sempre sospesi che ci consegna, allo scopo di mostrare al lettore gli ingranaggi scoperti e convenzionali della letteratura, senza lasciarlo addormentare nella storia proposta, anzi negando tale condizione.

Gli ambienti di lavoro e gli incontri narrati assomigliano quindi a elementi di un lego che potrebbero incastrarsi in cento altri modi: ognuno legittimato soltanto dallo stile che l’autore ha scelto di praticare. Gustafsson non pensa che il mondo abbia senso, se non quello che noi, con gesto unilaterale, decidiamo di attribuirgli. Fino all’ultimo è rimasto incantato, a stento trattenendo il sorriso, di fronte alla complessità dell’essere umano, sempre pronto a lasciarsi sorprendere dalle infinite combinazioni che la vita propone.

2 maggio 2017